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VECCHI E GIOVANI SI CAPISCONO?

 

L’INSTAT (Istituto Nazionale di Statistica), fonte delle più disparate informazioni (purtroppo sovente approssimate o estrapolate a convenienza), almeno una cosa certa l’ha fatto conoscere agli italiani: nel quadro globale della popolazione, gli ultra sessantacinquenni sono sempre in aumento.

È aumentata, parimenti, la percentuale degli ultra ottantenni ed è sempre più nutrita la categoria dei vegliardi seriamente intenzionati a festeggiare il proprio centenario.

Tuttavia, prima di considerare la notizia un tendenziale andamento del fenomeno, e prima che i “media” la facciano divenire un luogo comune, non sarebbe male attenzionarla in funzione delle varie fasce di popolazione, dei luoghi in cui gli anziani vivono, delle condizioni ambientali, delle problematiche riguardanti la cosiddetta “terza età”, protesa forse a generare una “quarta età”.

Va ricordato, in ogni caso, che il dato statistico concernente l’età media della popolazione non può essere collegato solo alla semplice conta dei cittadini che giungono alla meta in una forma ancora accettabile o con pochi acciacchi.

Sarebbe giusto, in proposito, considerare che l’allungamento della vita media è in gran parte dovuto, oltre che al miglioramento del tenore di vita complessivo, al notevole sviluppo della scienza medica e farmaceutica e della diffusa presenza, sul territorio, di più o meno attrezzati e funzionali centri d’assistenza ospedaliera e specialistica, pur se i notevoli “sciupii” e le disfunzioni organizzative del sistema sanitario “all’italiana” vengono a gravare pesantemente sulla collettività. I soloni dell’INSTAT, bontà loro, hanno provveduto ad informarci che gli anziani sono sempre più numerosi, e ciò è vero, ma non hanno elaborato, come prima accennato, il dato complessivo rispetto alle variabili riferite alle diverse realtà ambientali e locali che, ovviamente, determinano incidenze differenti da zona a zona.

Non è certo il generico riferimento all’età anagrafica che, da solo, può portare alla corretta valutazione delle cause da cui il fenomeno trae origine o dei multiformi effetti socio economici che l’invecchiamento della popolazione inevitabilmente produce. Non sembra che la società e la politica, al di la delle consuete ciance elettorali o degli intendimenti non realizzati, si siano fatto carico seriamente delle delicate problematiche che stanno insorgendo.

Occorrerebbe osservare, prima d’ogni cosa, in qual maniera e con quali mezzi l’anziano porta avanti la propria vecchiaia, pur in presenza dei citati positivi fattori sanitari e farmaceutici. E qui è d’uopo una domanda provocatoria : l’anziano del terzo millennio, in generale, vive meglio o peggio rispetto agli anziani dei tempi andati?

Sicuramente vive di più ma non è dimostrato che viva più sereno, maggiormente accudito e compreso, più rispettato.
Sta di fatto che, a fronte dell’aumentato numero degli anziani, è in notevole fase di regressione la percentuale di chi, fra loro, ha la possibilità di continuare ad impersonare, come nel passato, l’emozionante e tenera figura del “nonno” o della “nonna”, frutto di quei sentimenti d’affetto e di considerazione che una volta, quasi istintivamente, si palesavano spontaneamente nei confronti dei “patriarchi” della famiglia.

L’odierna difficile e complicata svolta generazionale e sociale trova conferma, purtroppo, in una precisa constatazione : gli anziani vivono sempre più soli, spesso emarginati e non confortati dalla sicurezza d’avere accanto qualcuno che li voglia bene. La loro quotidianità, a parte gli acciacchi, è colma, talvolta, di gravi problematiche esistenziali oltre che d’ogni sorta di difficoltà connesse con la corretta alimentazione, con la gestione dell’abitazione, con la cura della persona, con l’uso insoddisfacente del tempo libero.

Pochi riflettono sul fatto che lo stato di più o meno accentuata “solitudine”, in gran parte dovuta alla carenza d’affetto, è per gli anziani la fonte principale di molte malattie, psichiche e fisiologiche.

Tutto ciò in contrasto con la demagogica enunciazione del problema (solo belle parole, non convalidate dai fatti) in base alla quale gli anziani, in particolare “i nonni”, dovrebbero godere di maggiore rispetto e potrebbero essere valorizzati, nel contesto dei “servizi sociali”, in funzione del fatto che quasi sempre sono in grado di trasmettere ai giovani utili valori per la formazione della società di domani (ordine di vita, nobili sentimenti, ideali, senso di rispetto verso il prossimo, ecc. ecc.).
La realtà è ben diversa.

Quanti sono, oggi, coloro i quali hanno compreso che amare e rispettare gli anziani vuol dire fare il bene della società oltre che di se stessi?

Pochi e, molto spesso, in modo insufficiente, sbagliato o addirittura improprio.
La vecchiaia non dovrebbe essere considerata alla stregua dell’ultimo “irreversibile” periodo che precede la morte, bensì come una fase dell’esistenza che, in ogni caso, merita di essere vissuta con la stessa intensità emotiva con cui si è trascorsa l’adolescenza, la giovinezza, la maturità.
I giovani scambiano spesso una persona matura per “vecchia”. Non sarebbe male convincerli dell’inesattezza di tale valutazione, vieppiù ai fini di una migliore reciproca considerazione e di un proficuo impiego delle rispettive esperienze e versatilità.

L’istintiva “filosofia” degli anziani può aiutare molto i giovani, specie nella fase di maturazione, anche facendoli sognare attraverso il racconto e la proiezione del loro prezioso passato che, spesso, rappresenta una sorta di memoria storica.

La scuola, si sa, non riesce a colmare i vuoti di conoscenza generazionale e, quindi, gli anziani potrebbero essere un efficace e importante correttivo. Andrebbero valorizzati, a tal fine, mediante l’istituzione di periodici incontri con le scolaresche, anche a livello didattico.

Non sarebbe male che i ricordi e le esperienze degli anziani, atteso che rappresentano un patrimonio che non va sciupato o un testamento che non va disatteso, fossero incanalati proficuamente.

Chi giunge alla “terza età” va aiutato e compreso vieppiù per indurlo a non avviarsi passivamente verso il traguardo dell’esistenza.

È risaputo, infatti, che l’anziano tende a divenire ipocondriaco, a chiudersi nel proprio mondo di ricordi, di ansie, di paure, ad essere refrattario ad ogni formalistico contatto, quasi a non volere disturbare o farsi disturbare dal prossimo, pur se è cosciente delle angustie che deve affrontare. In lui è certamente forte la preoccupazione di essere considerato un indesiderato “ospite”, proprio nell’ambito di quel contesto familiare cui prima ha dedicato, nel bene e nel male, le proprie energie e nel quale ha riversato i propri affetti. Il rischio più grave, diviene allora quello che l’anziano possa convincersi di essere di peso agli altri, di non essere più in grado di mantenere autonomi rapporti sociali, di non potere più soddisfare gli istintivi richiami.

È possibile, quindi, che scada il desiderio di continuare a vivere o che si apra il baratro dell’inedia e della rinuncia. La più recente evoluzione della psicologia propende, in merito, a fare leva sull’apporto della moderna tecnologia elettronica e informatica. Il “personal computer” può divenire un mezzo privilegiato e importante per ridare agli anziani la sensazione di essere ancora creativi, intellettualmente e operativamente, di mantenere un collegamento con il mondo esterno.

Si sente dire, soventemente, che “internet” è una finestra aperta sul mondo; ebbene, si offra agli anziani la possibilità, quando già non lo hanno fatto spontaneamente, di avvalersi delle immense risorse di tale mezzo.

Potranno “affacciarsi” sull’immenso scenario virtuale che consente di visitare musei, biblioteche, mostre, di conoscere luoghi lontani o irraggiungibili, di ottenere informazioni, pur standosene arroccati fra le protettive pareti domestiche.
Guai a considerare gli anziani alla stregua di un mobile in disuso, di un fardello che diviene sempre più gravoso, di un prodotto che ha maturato i limiti della “scadenza” !
Guai a quei giovani che non accettano gli anziani e che non s’impegnano per comprenderne le naturali esigenze.

Non è ammissibile alcun alibi, pur se basato su un eventuale e talvolta perentorio atteggiamento di rifiuto psicologico.
Guai a quei figli che dimostrano ingratitudine nell’abbandonare al loro destino i genitori, magari dopo averli relegati al ruolo di “baby-sitter” o a quella, ancor più riprovevole, di “salvadanaio” attraverso cui attingere ai loro risparmi.
Guai a guardare l’anziano con commiserazione, con distacco, con indifferenza, facendo mancare loro affettuose attenzioni, validi incoraggiamenti, giusti apprezzamenti.
Il realismo e, se si vuole, la tristezza delle considerazioni di cui sopra, non dovrebbe portare, però, a conclusioni pessimistiche e non dovrebbe, principalmente, far chiudere il libro dei buoni proponimenti e delle benemerite azioni. Occorre gettare un ponte fra le ristrette vedute di una buona fetta del mondo giovanile e le esigenze degli anziani, occorre scavalcare il fossato dell’insensibilità, della trascuratezza, dell’egoismo, prima che divenga talmente profondo da creare una definitiva frattura fra due mondi che, invece, sono interdipendenti e possono benissimo agire in sintonia.
Considerata, infine, la stanchezza con cui gli anziani si avviano spesso verso il capolinea della vita, dovrebbero essere i giovani a fare il primo passo, assicurando loro un’atmosfera di maggiore affetto e comprensione.

Gli anziani, però, pur se ostacolati in ciò dalla propria debolezza psicologica, non dovrebbero esimersi dal cercare di migliorare i rapporti.

Occorre contemperare le rispettive posizioni, controllando e frenando l’istintivo egoismo che porta a voler dominare su tutto e su tutti, evitando ripetitive o pregiudiziali discussioni, non sottomettendosi alla tendenza di richiamare continuamente l’attenzione su se stessi, specie ricorrendo a prolissi discorsi o ad obsoleti ragionamenti.

Con spirito altruistico occorre offrire più spazio al dialogo e più accoglienza alle altrui valutazioni, coltivando l’arte del sapere ascoltare, del sapere accettare gli altri per come sono, del saper rispettare ogni diversa opinione.
 

A.Lucchese

Ass. Socio-Cult. «ETHOS - VIAGRANDE»  Via Lavina, 368 – 95025 Aci Sant’Antonio
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