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VECCHI E GIOVANI SI CAPISCONO?

 

 

 

L’INSTAT (Istituto Nazionale di Statistica), fonte delle più disparate informazioni (sovente approssimate o estrapolate a convenienza), almeno una cosa certa l’ha fatto conoscere agli italiani: nel quadro globale della popolazione, gli ultra settantenni sono sempre in aumento. È parimenti aumentata la percentuale degli ultra ottantenni ed è sempre più nutrita la categoria dei vegliardi seriamente intenzionati a festeggiare il proprio centenario.

Tuttavia, prima di considerare la notizia come un tendenziale andamento del fenomeno, e prima che i “media” la facciano divenire un luogo comune, non sarebbe male attenzionarla in funzione delle varie fasce di popolazione, dei luoghi in cui gli anziani vivono, delle condizioni ambientali, delle problematiche riguardanti la cosiddetta “terza età”, protesa forse a generare una “quarta età”.

Va ricordato, in ogni caso, che il dato statistico concernente l’età media della popolazione non può essere collegato solo alla semplice conta dei cittadini che giungono alla vecchiaia in forma più o meno accettabile, a parte gli acciacchi.

Sarebbe giusto considerare, in proposito,  che l’allungamento della vita media è in gran parte dovuto, oltre che al miglioramento del tenore di vita complessivo, al notevole sviluppo della scienza medica e farmaceutica e della diffusa presenza, sul territorio, di più o meno attrezzati e funzionali centri d’assistenza  specialistica, pur se le disfunzioni organizzative, la burocrazia e i notevoli “sciupii” del sistema sanitario “all’italiana”, oltre a gravare pesantemente sulla collettività, disperdono gran parte dei possibili benefici.

I soloni dell’INSTAT hanno provveduto ad informarci, bontà loro, che gli anziani sono sempre più numerosi, e ciò è vero, ma non hanno elaborato, come prima accennato, il dato complessivo rispetto all'incidenza delle variabili dipendenti dalle diverse realtà ambientali e locali. Sono queste ultime che, chiaramente, determinano, da zona a zona, differenti risultati. Non è il generico dato dell’età anagrafica che, da solo, può portare alla corretta valutazione delle motivazioni da cui il fenomeno trae origine o dei multiformi effetti socio economici che l’invecchiamento della popolazione inevitabilmente produce.

Non sembra che la società, la politica e le istituzioni, al di la delle consuete ciance di natura elettorale o dell'enunciazione di pur meritori intendimenti, molto spesso non realizzati, si siano fatto carico seriamente delle gravi problematiche che stanno emergendo nel settore, sempre più vasto, della terza o quarta età.

Occorrerebbe osservare, prima d’ogni cosa, in qual maniera e con quali mezzi assistenziali l’anziano porta avanti la propria vecchiaia, pur in presenza dei citati positivi fattori sanitari e farmaceutici.

E qui è d’uopo una domanda provocatoria: l’anziano del terzo millennio, in generale, vive meglio o peggio rispetto agli anziani dei tempi andati?

Sicuramente vive più a lungo ma non è accertato e tanto meno dimostrato che viva più sereno, maggiormente accudito, adeguatamente compreso e rispettato.
Sta di fatto che, a fronte dell’aumentato numero degli anziani è in notevole fase di regressione la percentuale di chi, fra essi, ha la possibilità di continuare ad impersonare, come in passato, l’emozionante e tenera figura del “nonno” o della “nonna”, frutto di quei sentimenti d’affetto e di considerazione che una volta si palesavano, spontaneamente, nei confronti dei “patriarchi” della famiglia.

L’odierna difficile e complicata svolta generazionale e sociale trova conferma, purtroppo, in una precisa constatazione: gli anziani vivono sempre più soli, spesso emarginati, non confortati dalla sicurezza d’avere accanto qualcuno che li voglia veramente bene. La loro quotidianità è  talvolta colma, a parte gli eventuali acciacchi, di gravi problematiche esistenziali oltre che d’ogni sorta di difficoltà connesse con la corretta alimentazione, con la funzionalità e l'igiene dell’habitat, con la cura della persona, con l’impiego del tempo libero.

Pochi riflettono sul fatto che lo stato di più o meno accentuata “solitudine”, in gran parte dovuta, molto spesso, alla carenza di validi contatti umani e parentali, è per gli anziani la fonte principale di molte malattie, psichiche e fisiologiche.

Tutto ciò in contrasto con la demagogica enunciazione politico-istituzionale del problema (belle parole, non convalidate dai fatti) circa l'assistenza agli anziani che dovrebbe tendere non solo al mantenimento di un buon grado di benessere fisico quanto alla sostanzialità di un accettabile aiuto psicologico e morale.  Senza dire che, in particolare “i nonni”, dovrebbero godere di una maggiore affettuosa considerazione in funzione del fatto che, quasi sempre, essi sono in grado di trasmettere ai giovani quei preziosi valori che dovrebbero essere i pilastri fondanti anche della società di domani (ordine di vita, nobili sentimenti, ideali, lealtà, senso di rispetto del prossimo, ecc.).
La realtà, purtroppo, è ben diversa.

Quanti sono, oggi, coloro i quali hanno compreso che amare e rispettare gli anziani vuol dire fare il bene della società oltre che di se stessi?  Pochi e molto spesso in maniera insufficiente.
La vecchiaia non dovrebbe essere considerata come l’ultimo “irreversibile” periodo che precede la morte. Essa è una fase dell’esistenza, pur se ne è l'ultimo stadio, e  merita, in ogni caso, di essere vissuta con la stessa intensità emotiva con cui s'è trascorsa l’adolescenza, la giovinezza, la maturità.
I giovani scambiano spesso una persona anziana per “vecchia”, quasi fosse da buttare via. Non sarebbe male convincerli dell’inesattezza di tale ingiusta valutazione, viepiù ai fini di una migliore reciproca integrazione e di un proficuo utilizzo delle rispettive risorse.

L’istintiva “saggezza filosofica” degli anziani può aiutare molto i giovani, specie nella loro fase di maturazione, magari facendoli sognare attraverso il racconto e la proiezione del proprio vissuto che, spesso e volentieri, rappresenta una sorta di autentica memoria storica.

La scuola di ogni ordine e grado, si sa, solo in parte riesce a colmare  i vuoti d'informazione generazionale e molti anziani, quindi, potrebbero essere un efficace e importante mezzo di raccordo. Potrebbero essere una sorta di ponte ideale fra il passato e il presente. A tal fine, andrebbero razionalmente valorizzati, anche attraverso l’istituzione, a livello didattico, di periodici incontri con le scolaresche.

Atteso che rappresentano un patrimonio da non sciupare o una eredità da non disattendere o  da rifiutare, non sarebbe male che i ricordi e le esperienze degli anziani fossero incanalati più proficuamente.

Chi giunge alla “terza età” va sostenuto, aiutato e compreso, viepiù per indurlo a non avviarsi passivamente verso l'ultimo traguardo dell'esistenza.

È risaputo, infatti, che l’anziano, pur quando rimane ben cosciente delle angustie che sta attraversando, tende a divenire ipocondriaco, tende a chiudersi nel proprio mondo di ricordi, di ansie, di paure,  tende ad essere refrattario ad ogni futile o formalistico contatto, quasi a non volere disturbare o farsi disturbare dal suo prossimo. In lui, di massima, è sempre forte la preoccupazione d'essere considerato un "indesiderato", magari proprio nell’ambito di quel contesto familiare cui prima ha dedicato, nel bene e nel male, le proprie energie e nel quale ha riversato i propri affetti.

Il rischio più grave, allora, diviene quello che l’anziano possa convincersi di essere di peso agli altri, di non essere più in grado di mantenere autonomi rapporti interpersonali, di non potere più soddisfare i pur residui desideri.

È possibile, quindi, che in lui scada la fiducia nella vita e che sotto i suoi piedi strascicanti si apra il baratro dell’inedia e della rinuncia.

La più recente evoluzione della psicologia propende, in merito, a fare leva sull’apporto della moderna tecnologia elettronica e informatica. Il “personal computer” può divenire un mezzo idoneo e importante per ridare agli anziani la sensazione d'essere ancora creativi, intellettualmente e operativamente, di mantenere un collegamento con il mondo esterno.

Si sente dire, soventemente, che “internet” è una finestra aperta sul mondo; ebbene, si offra agli anziani la possibilità, quando già non lo hanno fatto spontaneamente, di avvalersi delle straordinarie risorse di tale mezzo.

Potranno “affacciarsi” sull’immenso scenario virtuale che consente di visitare musei, biblioteche, mostre, di conoscere luoghi lontani o irraggiungibili, di ottenere informazioni, pur standosene arroccati fra le familiari e protettive pareti domestiche.

E’ doloroso constatare, invece, come oggi si diffonda sempre più la tendenza a considerare gli anziani alla stregua di un mobile in disuso, di un fardello  parecchio gravoso, alla stregua di un prodotto che ha maturato i limiti della “scadenza”!
Non si può, inoltre, non esprimere un giudizio negativo su quei giovani che non accettano gli anziani e che nulla fanno per comprenderne le naturali esigenze.

E che dire, ancora, di quei figli che dimostrano una riprovevole ingratitudine nell’abbandonare al loro destino i genitori, magari dopo averli "usati" nel ruolo di “baby-sitter” di comodo o in quello, ancor più indegno, di “salvadanaio” attraverso cui attingere, più o meno meritatamente, utili risorse monetarie.

 Non è in alcun modo giustificabile guardare l’anziano con commiserazione, con distacco, con indifferenza, facendogli mancare affettuose attenzioni,incoraggiamenti e apprezzamenti.
La tristezza di talune delle considerazioni prima esposte, pur se basate su un  realistiche constatazioni, purtroppo parecchio diffuse, non dovrebbe portare, però, a conclusioni pessimistiche e non dovrebbe, principalmente, far chiudere il libro dei buoni proponimenti e delle benemerite azioni.

Occorre abbattere il muro esistente  fra le ristrette vedute di una buona parte del mondo giovanile e le esigenze degli anziani, occorre scavalcare il fossato dell’insensibilità, della trascuratezza, dell’egoismo, occorre evitare che il distacco divenga talmente incolmabile da creare una definitiva frattura fra due mondi che, invece, sono interdipendenti e possono benissimo vivere in sintonia.
Considerata, infine, la stanchezza con cui gli anziani s'avviano spesso verso il capolinea della vita, dovrebbero essere i giovani a fare il primo passo, assicurando loro un’atmosfera di maggiore affetto e comprensione.

Gli anziani, tuttavia, pur se in ciò ostacolati da una forma di progressiva debolezza psicologica e cerebrale, dovrebbero essere aiutati nel cercare di far loro mantenere accettabili rapporti con familiari e amici, attutendone il più possibile le intemperanze, le  fisime, i  ..... capricci.

Sarebbe cosa altamente civile e doverosa, specie da parte dei più giovani, il riuscire a contemperare, nei riguardi degli anziani, le rispettive posizioni, frenando l’egoismo che porta a presumere di potere imporre il proprio “io” ed evitando ripetuti o pregiudiziali rimbrotti a fronte dell'irreversibile realtà della vecchiaia.

Con un pizzico di spirito altruistico, non sarebbe male agire con un più razionale buon senso e spirito umanitario, coltivando l'impareggiabile dote del sapere ascoltare e del sapere rispettare. 


 

Monterosso, giugno 2003                                               A.Lucchese

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