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TELEVISIONI e “carta stampata” 

PARTE SECONDA



E’ trascorso parecchio tempo da quel sabato del settembre 1989 e molta acqua è passata sotto i ponti, ma il male oscuro che affligge l’ambiguo mondo dei mass-media (televisioni e carta stampata) non è regredito. Sembra, anzi, che si sia esteso e stia provocando sempre maggiori danni al tessuto vitale della Nazione, con particolare riferimento alla vita sociale, al mondo giovanile, al rapporto di fiducia fra base popolare e Istituzioni, ai valori della famiglia, all’attività produttiva ed economica. L’ambizione del potere, occulto o palese, la bramosia del profitto, la dominante confusione ideologica, la tendenza a chiudersi nelle varie sacche corporative, hanno stravolto, di massima, le finalità etiche di un’informazione corretta, imparziale ed esauriente. Si può ben dire che oggi, per rimanere indenni da ogni contagioso spirito di parte, sarebbe meglio non leggere i giornali e non seguire i notiziari televisivi. E’ ben difficile, infatti, farsi un’opinione equilibrata su ciò che accade nel Mondo e in casa nostra attraverso le colonne dei giornali o mediante il palinsesto dell’informazione via etere. Le notizie, spesso, vengono artatamente distorte, manipolate, censurate, strumentalizzate per fini politici, quando non per motivi di “cassetta” o di “audience”, sino a renderle poco attendibili, imprecise e di parte. La stampa quotidiana, i periodici, i giornali radio e i telegiornali, nella misura in cui asseriscono di essere al servizio dell’opinione pubblica e si appellano, anche in sede sindacale, al “diritto – dovere” dell’informazione, non dovrebbero mai venir meno ai precisi doveri della verità e della chiarezza. Gli organi informativi di partito, di movimenti ecclesiali, di categorie corporativistiche, inoltre, dovrebbero coscienziosamente allinearsi a tale basilare necessità. Niente e nessuno vieta a chi opera nel settore, di gestire per proprio uso e consumo le varie testate, ma non è tollerabile che le stesse servano a creare centri di potere occulto, specie quando hanno prevalenti finalità di lucro o reconditi scopi speculativi non compatibili con l’interesse collettivo, specie quando usufruiscono dei congrui finanziamenti elargiti dallo Stato a fronte della lobbystica “legge sull’editoria”. Chi non conosce tale inqualificabile normativa, farebbe bene a saperne di più per rendersi conto di quanto e come essa concorra a creare il “buco nero” del macroscopico debito pubblico. 
Si dovrebbe impedire, per altro verso, a parecchi “collaboratori esterni” di appropriarsi indebitamente della qualifica di “giornalista”. Ove si intenda praticare l’attività giornalistica a livello “professionale”, nell’ambito delle regole sancite dall’iscrizione all’apposito Albo, occorrerebbe imporre almeno l’osservanza di precise norme etiche e morali, oltre che operare una attenta valutazione delle qualità culturali dei singoli aspiranti, per come del resto avviene negli Ordini professionali che si rispettino. Non è corretto, a tal proposito, trincerarsi dietro i diritti sindacali di categoria, per chiedere specifici maggiori vantaggi (economici e di carriera) quando diffusamente si disattende al corretto esercizio della professione. Tornando, in particolare, all’uso speculativo e spregiudicato della televisione, è sconfortante costatare come essa sia stata ridotta ad un miserevole “palcoscenico da avanspettacolo”, a “cassa di risonanza” per le inesauribili diatribe politiche, a strumento di vera e propria estorsione attraverso i costosissimi quanto ossessionanti “spot pubblicitari”, anche a voler sorvolare sulla loro banalità e sugli effetti diseducativi che dimostratamene hanno. Quel piccolo elettrodomestico familiare chiamato “televisore”, finito nelle mani di gente con pochi scrupoli, è divenuto uno strumento invasivo, devastante e subdolo, quasi fosse stato sadicamente inventato per innescare tensioni, ansie e paure collettive, oltre che confusione e disinformazione in relazione alla già segnalata tendenza a distorcere le informazioni o a fornire notizie incomplete e poco approfondite. Con buona pace di chi paga il canone o di chi, volere o non volere, è gravato di sostanziose “tangenti” che vanno a finire nelle casseforti dei boss del corrotto mondo della pubblicità.
Come mai i vari Governi e il Parlamento, che fanno tanto chiasso per il “conflitto di interessi” di marca berlusconiana, non hanno mai pensato, doverosamente e nell’interesse della massa dei consumatori poco o per nulla “agiati”, ad approntare una severa legge che disciplini gli abusi e gli eccessi pubblicitari. E’ infatti noto a tutti, tranne ai molti conniventi politici che hanno le mani in pasta, che tali abusi ed eccessi incidono parecchio sul prezzo finale di moltissimi prodotti, anche su quelli di largo ed indispensabile uso familiare. 
Si può ben dire, alla fine, che ci si trova dinanzi ad una delle solite vergogne all’italiana. 

2006 Luau

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