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Stralcio
dal volume
Enna 1943 - ricordi
di guerra
di
Augusto Lucchese
(in
corso di pubblicazione)
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PREFAZIONE
di Gianni Giuffrè
La cronistoria che ti accingi a scorrere, lettore caro, densa di amare memorie, ha - per noi - una magica struttura, in quanto descrive ed illustra, con studiata e attenta abilità, tutto quello che il protagonista del racconto vide, visse e assimilò da par suo.
Tu stesso, perciò, stenterai a credere che il mentore di quelle memorie fosse un
ragazzo, un ragazzo innocente, capace non solo di conservare negli archivi immacolati della sua memoria quanto da lui vissuto in quei tempi fatidici e terribili, ma che seppe poi tramandare tutto quel bagaglio di ricordi al suo stesso Io, affinché quest’ultimo cresciuto negli anni, riuscisse a descriverlo e a raccontarlo a tutti coloro che non volessero essere ottenebrati dallo scorrere inesorabile del tempo.
La STORIA, infatti, stando all’etimo che le proviene dalla lingua greca, consiste nella studiata attenzione di “fermare lo scorrimento del tempo”, che irreparabilmente fugge, stando anche a quel che il sommo vate VIRGILIO, il quale nelle sue “GEORGICHE” recita:
“FUGIT IRREPARABILE TEMPUS”.
(VIRGILIO, “GEORGICHE”, III, 284).
Nelle pagine del suo racconto, dallo stile semplice pur accurato, classico ma al tempo stesso scorrevole, il nostro rapsodo riesce a far vivere e a rivivere le tremende sventure sofferte da quella adorabile Terra - che Callimaco, l’elegiaco poeta di CIRENE (1) , chiamò “l’ombelico della Sicilia” -, senza tuttavia circuire la mente del lettore con subdole manipolazioni di ordine ideologico o politico, poiché il compito dello storico vero ed autentico consiste nel descrivere i fatti e gli accadimenti senza mai permettersi di far penetrare nella loro episodica struttura opinioni personali o, quel che è peggio, coloriture politiche:
“Verum ipsum factum ”.
Pertanto, nel racconto che ti accingi a leggere, caro lettore, tutti i fatti di guerra che nel secondo conflitto l’Italia dovette subire, ma soprattutto la Sicilia e il di lei cuore, ossia “LA MAGICA CITTA’ DI CERERE”, sono descritti e raccontati con l’onesta obiettività e con l’autentica saggezza di colui che si è messo a servizio dell’adorabile CLIO, la Musa Divina che dal Monte Elicona trasferì e donò agli Esseri Umani l’arte della “memoria”, della vita e, quindi, della storia.
Acitrezza, domenica 29 giugno 2008.
Gianni Giuffrè
(1) CIRENE - città antica della Cirenaica, regione dell’Africa Settentrionale, nota anche come “Libia Orientale ” e patria del grande filosofo Aristippo Da Cirene – (V-IV sec. a.C.), filosofo greco discepolo di Socrate, fondatore della scuola cirenaica e padre dell’Edonismo, la filosofia che va alla ricerca del piacere.
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NOTA INTRODUTTIVA
dell'autore
I ricordi, gli accadimenti, i riferimenti e i commenti storici cui ho cercato d’attribuire una organica sequenza cronologica, rappresentano, in buona parte, una sorta di “memoria” del come la Città di Enna ebbe a vivere gli anni della 2a Guerra Mondiale nel contesto del quadro bellico generale.
Ho cercato, in special modo, di evidenziare le vicende sature di sofferenze, paure e angosce, susseguitesi dal giugno 1940 al luglio 1943.
Un lungo lasso di tempo che trovò il suo epilogo negli avvenimenti di fine 1942 - sotto molti aspetti del tutto ineluttabili - che portarono alla definitiva sconfitta delle armi dell’Asse nei contesi territori dell’Africa Settentrionale e sfociarono nei terroristici bombardamenti aerei sull’Italia, nell’invasione della Sicilia, nella resa senza condizioni del 3 settembre 1943.
Il racconto di alcuni tristi episodi relativi a quanto accadde ad Enna nel luglio e nell’ agosto del 1943, trae conferma dalle telegrafiche annotazioni a suo tempo da me vergate su dei fogli di quaderno tuttora gelosamente custoditi. Riaffiora, ovviamente, il tragico periodo in cui una sorta di follia omicida sembrava avesse ottenebrato le menti di gran parte dei controversi e cinici personaggi politici e militari dei due schieramenti. Personaggi che ritenevano di potersi arbitrariamente arrogare il diritto di disporre della vita e della morte di milioni di uomini in armi, oltre che dell’incolpevole, inerme e indifesa popolazione civile. Senza dimenticare il massacro di donne e bambini spietatamente trucidati nei “lager” nazisti, nei “gulag” comunisti o a fronte di sommari giudizi e di criminali rappresaglie.
Tutto avvenne nell’ambito di una lunga, spaventosa e sanguinosa guerra innescata da contrapposte e sconsiderate finalità egemoniche, sicuramente non giustificabili con le discutibili e talvolta artefatte motivazioni ideologiche e politiche addotte da ciascuna parte in lotta.
Alcune pagine, vieppiù, vogliono essere un sintetico riferimento agli avvenimenti che precedettero e seguirono il mattino del 13 luglio 1943 quando un esecrabile bombardamento aereo americano sconvolse Enna arrecando ingenti danni e provocando molte vittime fra la popolazione civile. Assieme ai miei congiunti - ben nove persone -, anch’io corsi il rischio di fare una brutta fine all’interno dell’abitazione familiare colpita da una bomba che, per inesplorabili motivi del fato, non esplose.
Il ricordo di quelle terrificanti ore è rimasto fortemente radicato nella memoria e, pur a distanza di tanto tempo, continua a far rivivere i fantasmi di un’angosciosa pagina di vita adolescienziale, oltre che a fare riaffiorare le dolorose sensazioni collegate a quel triste periodo d’insicurezza, di privazioni e di sofferenze.
Un periodo che per tanta gente, oltre che per me, rappresentò una vera e propria pietra miliare dell’esistenza.
L’autore
1- Il cosiddetto “armistizio corto” (più che di un “armistizio” si trattò di resa capestro e incondizionata) fu firmato in data 3 settembre, a Cassibile (SR). Molti accomunano tale nefasto avvenimento con la data dell’ “8 settembre”, giorno in cui fu portato a conoscenza della Nazione mediante l’ambiguo “proclama” del Maresciallo Badoglio, registrato su disco e diffuso alle 19,00 circa dall’EIAR. Considerata l’innata difficoltà di Badoglio ad esprimersi in corretto italiano, sembra che il testo non fosse neppure farina del suo sacco. (vedi “appendice”, al n° 8).
2- vedi “appendice” - doc. n°1.
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I tragici giorni dei bombardamenti
Spero che il lettore non me ne voglia se torno a ribadire che Enna, pur ospitando nel proprio territorio importanti strutture militari dell’Asse e diversi “depositi logistici”, oltre che una fra le più grandi “polveriere” italiane, per circa 3 non subì alcun attacco aereo, come se non fosse mai stata inclusa nella corposa lista degli obiettivi sistematicamente presi di mira dall’aviazione inglese e americana. Sembrava incredibile che tale pur favorevole “anomalia” fosse semplicemente da attribuire al fatto che le carte topografiche in loro possesso non ne riportassero le esatte coordinate.
Fortuna, miracolo o semplice “disinformazione”?
E’ stato già fatto cenno alla supposta motivazione di tale fortuita combinazione e sta di fatto che, tranne le non confermate notizie riguardanti alcuni ordigni caduti in lontane campagne del circondario, magari non intenzionalmente sganciati da qualche aereo di passaggio, niente ancora lasciava prevedere ciò che sarebbe accaduto da li a poche settimane.
Conseguentemente, anche le allarmistiche congetture sul negativo evolversi della situazione non pesavano più di tanto e, nel complesso, s’aveva la sensazione che ogni cosa potesse seguitare a svolgersi come di consueto.
Buon per chi, all’epoca, ebbe a trovarsi nella nobile “città turrita”.
Fra una notizia e l’altra, fra un’ansia e l’altra, fra difficoltà di ogni specie, i mesi erano continuati a scorrere in una palese atmosfera di assuefazione. Sin quando, di giorno in giorno, presero ad addensarsi i neri nuvoloni della vicina tempesta. Erano ormai ben percepibili i segni della disfatta militare e, di pari passo, era venuto a determinarsi un palese clima d’insicurezza. Una delle cause determinanti era sicuramente quella delle poco rassicuranti notizie che giungevano dai vari fronti di guerra, pur se la propaganda del regime (documento “4”) faceva di tutto per sminuire la reale portata degli avvenimenti.
Dopo la totale perdita della Libia (23 gennaio 1943), della Tunisia (12 maggio), di Lampedusa e Pantelleria (11 giugno), oltre che a fronte del complessivo catastrofico quadro militare, s’era più che convinti che adesso sarebbe toccato alla Sicilia. Ciò, tuttavia, contrastava con le vedute del Comando della “Whermacht” e del Comando Italiano che seguitavano a sostenere la tesi secondo cui l’attacco in forze all’Europa sarebbe avvenuto altrove, presumibilmente in Provenza, in Sardegna o in
Grecia1.
Risaputamente non fu così e il sopraggiungere della fatidica notte del 10 luglio (sbarco alleato nel sud dell’Isola, da Pachino ad Avola e da Scoglitti a Gela e Licata - appendice 2) smentì clamorosamente tale tesi e fece precipitare la situazione.
S’è avuto già occasione di dire che, solo a sbarco avvenuto e in maniera del tutto fortunosa, gli Alleati "scoprirono" che il Comando della 6°Armata non era ubicato a Caltanissetta, come erroneamente ritenuto, bensì ad Enna. La corposa documentazione che riporta la cronologia degli avvenimenti bellici di quei giorni, fornisce ampia dimostrazione di ciò.
E fu così che gli aerei anglo americani, da quel momento e specie nelle ore notturne, presero di mira la rupestre cittadina ennese, pur se, per la naturale conformazione geofisica dell’acrocoro su cui essa è abbarbicata, non era un obbiettivo facile da colpire. La prima incursione avvenne già nella sera di sabato 10 luglio (23,45 circa) e poi, quasi con ossessiva puntualità, gli attacchi si succedettero nelle giornate di domenica 11 luglio (ore 23 circa), di lunedì 12 luglio (alle ore 16 e poi alle 22 circa) e di martedì 13 luglio (ore 10 circa).
Il consueto sistema di vita cittadino, cui sino a pochi giorni prima s’era adusi, andò repentinamente in frantumi. Gli allarmi aerei presero a ripetersi con sempre maggiore frequenza e fu giocoforza, quindi, cercare adeguato riparo nei cosiddetti “rifugi antiaerei” e per intercessione dei nostri vicini di casa, i Sigg. Buscemi, si poté dapprima accedere in quello dei Vigili del Fuoco.
Da quel momento, in preda all’ansia e alla paura, ci toccò “soggiornare” per parecchi lunghi giorni nelle viscere della terra, in un ambiente umido e tetro, appena rischiarato dalle soffuse luci incassate nelle pareti che, peraltro, non offriva sufficienti garanzie di sicurezza
2. Senza dire che era già un fatto straordinario il riuscire a provvedere, alla meno peggio, alle pur minime esigenze personali e igieniche. Successivamente, anche per ragioni di vicinanza, i miei genitori ritennero che fosse più opportuno trasferirci nelle gallerie scavate dai militari nel costone roccioso fiancheggiante la strada che da via Sant’Agata s’inerpicava verso il Cimitero (oggi Corso Sicilia). Tali gallerie, oltre ad essere più spaziose, offrivano sicuramente una maggiore protezione, sia per il sistema con cui erano state realizzate che per il fatto d’essere alquanto distanti dal centro cittadino ritenuto a più rischio. A fianco di dette gallerie non esistevano più, oltretutto, gli adiacenti capannoni realizzati a tempo di record per esigenze del Comando d’Armata
3.. Erano stati incendiati e distrutti durante la prima incursione presumibilmente condotta, nella notte fra il 10 e l’11, da alcuni cacciabombardieri che, volando a bassa quota e al chiarore dei bengala, avevano avuto la possibilità di spezzonare e mitragliare la zona. Al loro posto era rimasto, alla fine, solo un ammasso di anneriti detriti.
Anche a fronte della nuova sistemazione le cose non è che andassero meglio e le ore della giornata erano lunghissime da passare. Chi più e chi meno, un po’ tutti s’era provati dai disagi e dalla stanchezza e, pesantemente, s’avvertiva l’ansia e la paura per i pericoli che si correvano.
Nel verificarsi di una qual parvenza di momentanea stasi, l’unica alternativa era quella di mettere il naso fuori dai rifugi, sia per rigenerare i polmoni che per ridare tono agli arti rattrappiti e indolenziti. Per altro verso, seguitava ad essere parecchio problematico fare fronte alle pur minime occorrenze di un adeguato sostentamento e ci si alimentava con ciò che si riusciva a reperire, spesso in maniera del tutto fortunosa o utilizzando al meglio qualche “riserva” ancora esistente. Era anche parecchio difficile concedersi un po’ di riposo, visto che s’era costretti a dormire, a turno, sdraiati su delle coperte stese alla meno peggio sul terreno sconnesso e umido. S’era sempre alla disperata ricerca, infine, di un qualcosa che potesse servire ad attenuare la tensione ma, quasi ineluttabilmente, non v’era altra alternativa che l’intrattenersi a dialogare con i vicini di rifugio, accomunati dagli stessi disagi e dalle stesse rinunce
4.
Nel perdurare di tale precaria situazione, neppure i soliti “bene informati” erano in grado di fornire notizie o previsioni attendibili. Di contro, s’udiva raccontare di tutto, magari di fantasiose illazioni frutto del “sentito dire”. Si diceva, ad esempio, che gli americani, provenienti da Gela, avessero già raggiunto Piazza Armerina. Trattavasi chiaramente di notizie in gran parte infondate, pur se molti facevano a gara, quasi per confortarsi l’un l’altro, nell’esternare le più svariate congetture. Il tutto, giustificatamene, era motivato dalla speranza che a quel brutto momento si potesse attribuire la parola fine e potesse svanire, al più presto, ogni ansiosa preoccupazione.
Erano tante, però, le perduranti insicurezze che alimentavano un forte senso di timore, per non dire di paura. Poco confortanti sensazioni che la facevano da padrone e condizionavano ogni aspetto della grama esistenza giornaliera. Furono giorni e notti d’angoscia, talvolta di autentico terrore. Ogni supposizione, ogni notizia, ogni allarme, lasciava presagire il peggio.
Era come se dei neri nuvoloni s’addensassero all’orizzonte e, magari accompagnati dal lontano rimbombo del tuono, facessero temere il sopraggiungere di una vicina tempesta.
E, in effetti, tanto tuonò che piovve. Ma quando sulla inerme cittadina ennese s’abbatté il proditorio attacco del 13 mattino, non fu il solito acquazzone d’estate bensì una vera e propria “pioggia di bombe”.
Tutto accadde, tuttavia, quando meno era da aspettarselo, quando gli italo tedeschi erano in ritirata verso nord, quando gli alleati erano ormai alle porte.
L’incursione di martedì 13 luglio avvenne, infatti, in pieno mattino (alle 9,30 circa), benché Enna, in conseguenza del fatto che il Comando d’Armata5 s’era già trasferito altrove, fosse praticamente “terra di nessuno”.
Come poi è stato possibile accertare attraverso la documentazione dell’archivio storico della USAF, il proditorio attacco fu opera delle micidiali “Fortezze Volanti” Boeing
B/176.
Il robusto quadrimotore Boeing B/17 rappresentava, allora, la punta di diamante della “U.S. Air Force” (USAF). Operando dalle basi algerine e tunisine del Nord Africa era massicciamente presente in Mediterraneo.
I Boeing B/17 avevano una notevolissima autonomia, volavano ad alta quota, in stretta formazione e, in funzione del loro potente armamento difensivo, non erano facilmente intercettabili dai caccia avversari.
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Quello del 13 luglio fu il più pesante fra i diversi attacchi aerei ed ebbe ad arrecare ingenti danni e molte vittime. I micidiali ordigni esplosivi, sganciati a casaccio e senza un preciso obiettivo, vennero giù a grappoli dai mostri volanti targati USA che s’accanirono, con assurda determinazione, sull’inerme cittadina. La gente, in gran parte rientrata nelle proprie abitazioni dopo un’altra notte trascorsa negli angusti e maleodoranti “rifugi”, fu colta di sorpresa e, di massima, non fu in grado di proteggersi prontamente.
Parecchie abitazioni furono distrutte, sventrate o danneggiate, mentre le fognature, le condotte dell’acqua potabile e i collegamenti elettrici subirono ingenti danni. Anche le strade di accesso alla città furono interrotte in più punti. Stranamente, pur a fronte della criminale tecnica dei “bombardamenti a tappeto” adottata dagli incursori, neppure una bomba centrò gli edifici e le strutture ove, sino al giorno prima, erano ubicati il Comando d’Armata, i vari servizi dipendenti e ove erano stati allocati alcuni reparti militari.
La pressoché totale inefficienza della tanto decantata “protezione antiaerea” (U.N.P.A.), la mancanza di idonei mezzi di soccorso, l’imperante confusione,impedirono di portare rapidamente aiuto a coloro che erano rimasti in pericolo di vita sotto le macerie degli edifici crollati.
Nel quadro dei disastrosi effetti di quella tragedia, letteralmente “piovuta dal cielo”, si dovettero registrare, in aggiunta al già gravoso bilancio delle precedenti incursioni, altri morti e feriti.
Chi mai, anche a possedere spiccate doti di chiaroveggenza, avrebbe osato ipotizzare un simile improvviso e brutale attacco?
La vetusta immagine della tranquilla e ospitale cittadina fu assurdamente stravolta e alcuni dei suoi quartieri assunsero, tristemente e orrendamente, le sembianze di un irriconoscibile e pauroso scenario.
Il garrulo cinguettare dei passeri e l’intenso gioioso fruscio delle infaticabili rondini, sino a poche ore prima volteggianti nel cielo ancora terso del mattino, s’era spento nel frastuono delle esplosioni ed era stato soppiantato, adesso, dalle grida dei costernati abitanti delle zone colpite, dal doloroso vocio delle donne, dai lamenti dei vecchi, dai pianti dei bambini, tutti repentinamente precipitati in un profondo baratro di sofferenza e di dolore. Ove al mattino ancora regnava la pace e la serenità di un ambiente integro ed essenziale, ove ancora si muoveva una comunità modesta e laboriosa, affaccendata nella diuturna lotta esistenziale del momento, s’aveva adesso la sensazione che aleggiasse il ghigno feroce e truculento dei signori della guerra. S’aveva la sensazione che dietro ogni cumulo di macerie si nascondesse la bieca maschera di chi con criminale premeditazione aveva scelto e attuato una tanto feroce tattica di distruzione e morte. Di chi con invereconda falsità e dileggiante ipocrisia seguitava a magnificare l’assurda e incongrua immagine
pro pagandistica dei “liberatori” mentre ordinava di uccidere, indiscriminatamente, gente inerme e incolpevole. Di chi non si peritava di ostentare diabolici sorrisi mentre i suoi sicari
colpivano a morte il cuore d’indifese comunità essenzialmente composte da donne, vecchi e bambini. Di chi aveva superato in crudeltà gli stessi nemici.
Alcuna giustificazione e nessun attenuante poteva servire a mitigare lo sdegno e la rabbia di chi era stato tanto selvaggiamente colpito negli affetti e negli averi, di chi improvvisamente aveva perso i propri cari o la propria abitazione per colpa degli inumani killer che volavano lassù racchiusi in alati carri di morte. Nessuno poteva consolare chi, nel volgere di pochi istanti, s’era trovato ad essere bersaglio di feroci azioni criminali condotte con metodi privi di ogni pur minimo senso di rispetto per la vita altrui.
Neppure le irrefrenabili lacrime degli scampati, neppure gli angoscianti moti di rabbia, neppure le invettive talvolta blasfeme, neppure l’innato stoicismo del popolo ennese, potevano servire a placare gli animi esacerbati.
Il
Presidente USA F.D. Roosevelt
Per quanto riguarda me e i miei familiari 7, la brutta vicenda di quel mattino ebbe uno svolgimento del tutto particolare e fortunoso. Dopo un’altra notte trascorsa nel solito rifugio, eravamo rientrati da poco a casa e mia madre, assieme alla suocera di mia sorella, si stava dando da fare in cucina per preparare qualcosa di caldo da mangiare. Era una splendida mattinata di sole e la tiepida temperatura e il cielo terso infondevano un senso di ritrovata serenità. Tornava ad affiorare qualche incoraggiante pensiero e, seppure con difficoltà, ciascuno aveva preso a dedicarsi a qualcosa di utile, di diverso.
S’era convinti che in relazione all’evolversi degli avvenimenti, non s’avesse ragione di temere ulteriori pericoli. Quasi a fugare ogni sensazione d’ansia, m’ero affacciato al balcone e osservavo i pochi sconfortati viandanti che, frettolosamente, percorrevano Via Sant’Agata. Avevo anche notato che alcuni vicini e dirimpettai erano indaffarati nel riattare casa, nello stendere al sole i panni alla meno peggio sciacquati, nell’accudire le piante da diversi giorni abbandonate. Fu così che percepii, forse fra i primi, l’inconfondibile rombo di motori d’aerei in avvicinamento. Doveva trattarsi di una grossa formazione e sembrava dovessero trovarsi ad una quota piuttosto bassa. Il cupo ronzare dei loro poderosi propulsori andava sempre più ad intensificarsi e prestò sovrastò ogni altro rumore. Era pensabile, tuttavia, che fossero diretti chissà dove, forse verso le vicine zone di Regalbuto e Troina ove erano ancora arroccati alcuni consistenti e combattivi reparti tedeschi. Trascorsero appena pochi secondi prima che alcune assordanti esplosioni facessero intendere che quella affrettata riflessione era, invece, del tutto illusoria ed errata. Era chiaro, a quel punto, che fosse proprio Enna nel mirino degli aerei incursori.
Manco a dirlo, il servizio d’allarme antiaereo non aveva funzionato e non s’era udito alcun suono di sirene (o di campane) che avrebbero dovuto avvisare la popolazione del pericolo incombente. Urlando a squarciagola mi precipitai dentro casa e, fra le grida altrettanto concitate dei miei facemmo appena in tempo, terrorizzati e frastornati, a scendere giù per la scala che immetteva nel piano terra e non fu cosa facile dare aiuto all’anziana nonnina di mia sorella che, per i suoi 90 anni, non si muoveva certo con agilità.
Non era neppure il caso di tentare di raggiungere i pur vicini rifugi e, quindi, l’unica valida alternativa era, per l’appunto, raggiungere quella zona del piano terra che, in virtù delle robuste travi che sostenevano la costruzione, si sperava fosse in grado d’offrire maggiore protezione. Io e i miei fratelli, istintivamente, ci sistemammo sotto un grande e robusto tavolo posto dirimpetto al forno e normalmente utilizzato come base d’appoggio per la lievitazione del pane.
L’assordante frastuono fece presto intuire alcune bombe erano esplose parecchio vicine. La struttura della casa, nel susseguirsi delle esplosioni, sembrava tremare come se fosse in balia d’intense scosse telluriche.
Poi, quando giunse la più forte delle deflagrazioni, avvertimmo anche la dirompente irruenza dello spostamento d’aria. Fu un momento di paralizzante e indescrivibile terrore. Mio padre cercava d’infondere coraggio a tutti e, di tanto in tanto, proferiva implorazioni alla Provvidenza: “Dio mio, Dio mio, aiutaci”. Tuttavia, nessuna pur contrita preghiera era in grado d’impedire che, istintivamente, dilagasse un forte senso d’angosciante paura, peraltro esasperata dal timore di rimanere intrappolati. L’unica speranza era che le mura portanti della casa fossero in grado di resistere alle micidiali scosse. Anche mia madre, cercando di mascherare l’angoscia del momento, c’invogliava a stare calmi e, non so con quanta convinzione, andava ripetendo che nel posto ove eravamo potevamo sentirci più al sicuro che altrove. Mia sorella, in un angolo del buio locale, se ne stava fortemente abbracciata con la suocera e con la nonna. Nessuno aveva il coraggio di chiedere cosa stesse accadendo fuori ma non potevamo non essere ben consapevoli che, da un momento all’altro, un eventuale disastroso cedimento dell’intiero fabbricato avrebbe potuto seppellirci sotto le macerie. Fu nel bel mezzo del convulso scorrere di tali tetre sensazioni che dalle stanze di sopra, quasi a conferma dei realistici timori che affollavano la mente, giunse un fortissimo fracasso e, per alcuni interminabili secondi, avvertimmo il sinistro scricchiolio del tetto che ci sovrastava. Udimmo chiaramente il rovinio di vetri e suppellettili che andavano in frantumi, oltre che l’agghiacciante stridio dei mobili sul pavimento, prima che andassero a sfasciarsi contro le pareti. Nessuno, sul momento, fu in grado di comprendere cosa realmente fosse accaduto o stesse accadendo sopra le nostre teste.
Era pensabile, però, che per il forte spostamento d’aria, porte, finestre e balconi si fossero spalancati, mandando rumorosamente in frantumi i vetri e quant’altro di fragile trovavasi all’interno delle stanze. Altri cupi e agghiaccianti boati si susseguivano senza interruzione, alcuni molto vicini. La terrorizzante atmosfera da incubo era vieppiù aggravata dal fatto che s’era potuto percepire, nettamente, il ripetuto assordante fracasso delle macerie di adiacenti edifici che s’abbattevano per strada. Un fitto polverone era frattanto penetrato nel locale ove eravamo asserragliati e s’era diffuso in ogni dove, offuscando la vista e rendendo l’aria irrespirabile. Il fragore di altre nuove esplosioni, seppure adesso più lontane, seguitava ad incutere irrefrenabili e atroci sensazioni di paura. S’era determinata una vera e propria psicosi da tregenda.
Con i miei fratelli ci tenevamo stretti per mano, come a volerci confortare l’un l’altro, succubi del terrore per ciò che ancora sarebbe potuto accadere.
Poi, improvvisamente, i fragori esterni s’attenuarono e, tranne qualche ulteriore leggero scricchiolio, non s’avvertì alcun altro segnale che potesse far presagire il peggio o potesse far pensare a qualche cedimento.
Fuori, almeno nelle adiacenze, non s’udivano altre deflagrazioni.
La paura, tuttavia, seguitava ad attanagliarci e sembrava che tale forte sensazione non dovesse avere più fine.
Non è facile stabilire quanto tempo fosse trascorso dall’istante in cui erano cadute le prime bombe, sino al momento in cui, quasi di colpo, era subentrato un diffuso tetro silenzio. Sperammo, alla fine, che gli aerei incursori, sganciato il loro micidiale carico e ultimato il loro compito di dispensatori di morte e distruzione, si fossero allontanati. Pur tuttavia, seguirono altri interminabili minuti d’ansiosa attesa prima che ci si avventurasse a prendere una qualche decisione. Poi, pur se ancora stravolti e movendoci alla stregua di tanti automi, ci si diede da fare per uscire dal locale ove eravamo asserragliati.
A seguito dello spostamento d’aria che aveva accompagnato le più vicine esplosioni, la robusta porta attraverso la quale si poteva accedere direttamente sulla strada, s’era parzialmente aperta e non fu cosa facile farla ruotare sui cardini storti o addirittura divelti. Solo aiutandoci l’un l’altro, riuscimmo faticosamente a sollevarla e ad aprila.
Poi, uno alla volta, ne varcammo la soglia.
Ci trovammo al cospetto di uno scenario tragicamente sconvolgente, al limite dell’irreale. Un’atmosfera spettrale gravava per strada, in ogni dove.
Ai nostri occhi, arrossati dal pianto e dalla polvere, s’era palesato uno spettacolo rattristante, incisivamente aggravato dal vociare delle persone che, come forsennate e senza controllo, correvano da un posto all’altro, urlando per esternare la loro disperazione. S’udivano i pianti e i lamenti di tanta gente frastornata e inebetita nell’ambito di uno scenario che lasciava attoniti e increduli. Era spontaneo chiedersi come tutto ciò fosse potuto accadere nell’arco di così poco tempo. La fitta coltre di polvere che stagnava nell’aria, impregnata dall’acre odore delle esplosioni, ostacolava il respiro e impediva allo sguardo si spingersi lontano. Non era possibile rendersi conto dell’effettiva portata delle distruzioni che avevano cambiato la fisionomia del quartiere.
Alcuni edifici (case Pirrera, Di Bilio e Lo Giudice) erano crollati del tutto, spiaccicandosi l’uno contro l’altro. Altri fabbricati, a destra di casa nostra, apparivano come svuotati all’interno (Piazza e Campo), mentre altri ancora, fra cui quelli di Alloro e Grillo, presentavano gravi danni alle facciate, ai balconi e all’altezza delle grondaie. Verso la piazzetta Santa Croce, le costruzioni dei Sigg. Lilla, Di Vincenzo e Perna, pur non avendo subito danni rilevanti, offrivano uno spettacolo sconfortante. Infissi divelti, balconi cadenti, macerie sparse un po’ dappertutto formavano un allucinante quadro d’insieme. Il terrazzo che fungeva da copertura del grande antro - garage di proprietà Grillo, sino a poco tempo prima adibito a ricovero di muli e di carri, non esisteva più.
Il suo cedimento aveva determinato, come più tardi si venne a sapere, la morte di un vecchietto (il padre del Sig. Campo) che, per l’ovvia difficoltà di muoversi con rapidità, non aveva fatto in tempo a porsi in salvo. Per strada, a parte gli enormi cumuli di macerie, si scorgevano mobili e masserizie fracassati, tegole e cornicioni venuti giù dalle facciate e dai tetti, vetri rotti, porte e infissi divelti. Solo quando la tremenda sensazione d’angoscia ebbe a mitigarsi, fu possibile accertare la causa del pauroso fracasso avvertito mentre eravamo in preda all’incubo delle ravvicinate esplosioni.
Non fu difficile constatare che uno dei tanti ordigni sganciati dagli aerei killer, aveva colpito la parete esterna della casa, proprio sulla verticale del sottostante locale in cui eravamo riparati. Forse per un fatto puramente tecnico non era
esploso8, ma nell’impatto con il robusto muro portante aveva aperto un
buco di notevoli dimensioni9 per poi scivolare lungo la parete e terminare la corsa sul marciapiede10 ove, dopo avere divelto una buona parte del selciato che fungeva da copertura alla fognatura, s’era adagiato con la spoletta rivolta all’insù. Trattavasi di una bomba di piccole dimensioni che, a guardarla, incuteva ancora tanta paura, adagiata com’era di traverso, in bilico sui calcinacci caduti dalla parete colpita e con l’ogiva rivolta verso la strada.
Prontamente circondata da idonei steccati e da alcuni sacchetti riempiti di detriti, lì per lì approntati, rimase per parecchi giorni in quella posizione, sino a quando non fu possibile disinnescarla e rimuoverla. Non furono pochi che, osservando l’accaduto, gridarono al miracolo. Anche se, come sembrava, s’era trattato solo di un difetto costruttivo o d’innesco, in effetti s’era verificato un evento che aveva tutti i crismi del concatenarsi d’imponderabili circostanze.
Dentro casa ogni cosa era ridotta in uno stato pietoso e indescrivibile.
S’avvertiva fortemente, inoltre, il fastidioso pizzicore alle vie respiratorie provocato dalla polvere che aveva ricoperto ogni cosa. Storditi e disperati, ci muovevamo come fantasmi, senza riuscire a trovare, sul momento, la lucidità per affrontare le conseguenze del pauroso disastro.
L’unica consolazione era quella di poter constatare che, malgrado il pericolo corso, eravamo tutti vivi e indenni. La commozione c’attanagliava e ci induceva ad abbracciarci l’un l’altro, come se volessimo ulteriormente sincerarci che, almeno nel fisico, non avessimo subito alcun danno. C’incoraggiavamo a vicenda, consci del fatto che farsi soverchiare dall’angoscia sarebbe stato come aggiungere danno al danno. Era necessario, invece, riuscire a prendere, magari gradatamente ma con molto spirito d’accettazione, le necessarie decisioni a fronte degli assillanti problemi tragicamente affiorati.
Si può ben dire che, in quel tragico mattino, io e i miei familiari
eravamo tornati a nascere una seconda volta.


Mia madre
Mio padre
Mai nessuno potrà giustificare o sminuire la spietatezza con cui si diede attuazione al cinico bombardamento del 13 luglio.
E’ del tutto spregevole la tesi secondo cui tutto avvenne in funzione del fatto che i piani operativi delle forze aeree U.S.A (stilati dal Comando interforze di Algeri) erano stati predisposti prima che le Autorità Civili locali notificassero, via radio, l’avvenuto sgombero della Città da parte degli italo-tedeschi.
E’ incredibile, in ogni caso, che non fosse stato possibile annullare a tempo l’esecuzione dell’attacco, una volta a conoscenza del fatto che Enna, come detto, non rappresentava più un obiettivo d’importanza militare.
Chi, come me, ebbe a vivere con angoscia e con terrore il susseguirsi degli avvenimenti di quei giorni, particolarmente quelli legati al criminale bombardamento del 13 luglio, credo non possa in alcun modo giustificare la spregiudicata premeditazione con cui i cosiddetti “liberatori”, specie nell’ultima fase della guerra, posero in atto l’assurdo, indiscriminato e maramaldico accanimento contro la popolazione civile.
Occorrerebbe chiarire, in ogni caso, da chi e da che cosa pensavano di liberarci, visto che stavano dimostrando di essere più crudeli e spietati degli avversari che pensavano di debellare.
Il brutale massacro d’inermi cittadini e la sistematica distruzione dei centri abitati (che, di massima, neppure fantasiosamente potevano essere considerati “obiettivo militare”) fu un’ulteriore prova degli inqualificabili metodi di guerra adottati dalle forze anglo americane i cui protervi comandanti, in quella fattispecie come del resto nel corso di tante altre azioni belliche, diedero palese dimostrazione di quanto parecchio avessero in comune con i “colleghi” della svastica nazista, specie considerando che, oltretutto, li avevano largamente surclassati in materia di potenzialità distruttiva.
Quando le delinquenziali incursioni si abbattevano sulle città predestinate e sulla inerme popolazione, il verificarsi delle spaventose distruzioni, accompagnate dalle assordanti deflagrazioni, otteneva l’effetto di provocare indescrivibili scene di panico e di terrore. E’ più che comprensibile, quindi, che fra la gente montasse la rabbia e l’astio sia verso i brutali incursori che verso le autorità civili e militari nostrane che, per pregressa incuria e inettitudine, non erano mai state in grado di adottare adeguate misure di difesa, di protezione, di preventiva ed efficace reazione.
Parecchi “difensori d’ufficio” degli anglo - americani (magari sotto le mentite spoglie di “pseudo storici”), nel vano tentativo di discolpare i colpevoli di tanti massacri e di tante inutili distruzioni o, quanto meno, per attenuarne il grado di responsabilità, si sono inutilmente affannati a fare leva sul luogo comune della “ritorsione”. Sarebbe l’ora di finirla con simili ridicole argomentazioni che molto assomigliano a grottesche giustificazioni diversive, per non definirle, forse più appropriatamente, vere e proprie manifestazioni di mala fede.
Appare incredibile come non si sia ancora riusciti a disfarsi della fisima di considerare i vincitori immuni da ogni colpa, sol perché, imponendo condizioni di resa o trattati di pace, s’arrogano, magari con la prepotenza, il diritto a non essere giudicati per il loro funesto operato.
Ciò è sostanzialmente ingiusto, pur se, dai tempi dei tempi, tale principio risulta essere sempre applicato dai più forti e dai più crudeli.
Come dimenticare, ad esempio, il “vae victis” (guai ai vinti), pesante anatema lanciato agli sconfitti
romani da un barbaro chiamato Brenno? .

Gli alleati, nel corso della 2° guerra, furono autentici seguaci di Brenno?
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1- In forza di un riuscito stratagemma dei Servizi segreti inglesi, Hitler e i suoi generali erano convinti che, anche per compiacere Stalin, il tentativo di sbarco sarebbe avvenuto nel Peloponneso, in Grecia.
2- Il rifugio dei Vigili del Fuoco era sovrastato e circondato da alti edifici che, nel caso di un loro malaugurato crollo, avrebbero potuto ostruire le normali vie di fuga. Era da ritenere, quindi, abbastanza insicuro, per non dire pericoloso.
3- Nelle pagine precedenti è stata riprodotta una vecchia foto del costone roccioso in cui vennero realizzate le citate gallerie, così come appariva prima dei lavori A fine guerra, gli ambienti così ricavati, opportunamente ristrutturati e talvolta ingranditi, divennero utili locali per officine, laboratori e magazzini.
4- In tale frangente un vero amico, del quale è doveroso conservare il più affettuoso ricordo, fu un vicino di casa, Sabatino Bruno, che molto mi fu di conforto e d’aiuto.
5- Lo sgombero aveva assunto il carattere di una vera e propria “fuga”, sconfortante e disordinata. Le Autorità civili ritennero opportuno notificare agli Alleati, via radio, che in Città non era rimasto alcun reparto militare, a parte uno sparuto gruppo (una decina di uomini) incaricato di portare a compimento la distruzione del carteggio del Comando d’Armata, frattanto trasferitosi a Randazzo (CT).
6- A conferma di quanto detto, sono trascritti, qui di seguito, i rapporti dell’US AIR FORCE: 07/11/43 B-24 s hit airfields at Vibo Valentia, Sicily and Reggio di Calabria, Italy. In Sicily, B-25's hit airfields at Trapani, Milo and Bo Rizzo, and areas between Sciacca and Enna. P-40 escort bombers and provide beach cover as invasion forces push inland in Sicily. 07/12/43 - B-25 and P-38 's hit Sciacca; airfield and the town of Caltanissetta, of Enna. Throughout the day NASAF fighters attack truck convoys on Sicilian highways, and hit gun positions and targets of opportunity. 07/13/43 - Aircraft B-17 hit ammo dumps, trains, rail junctions, bridges, vehicle convoys, and other targets of opportunity in the Sicilian countryside, and bomb several town areas including Enna area.
7- Nove persone in tutto, compresi la mamma di mio cognato, Fannì Pregadio, e la nonna novantenne, Teresa Virardi,.
8- La struttura interna delle bombe è semplice: un certo quantitativo di miscela esplosiva (tritolo e amatolo) e, alle estremità, due spolette in fulminato di mercurio che dovrebbero provocare l’esplosione al momento dell’impatto col suolo. Dato che le bombe venivano sganciate a “grappoli”, capitava che qualcuna non avesse la spoletta innescata. Dai rinvenimenti effettuati, infatti, si è potuto constatare che, il più delle volte, la mancata esplosione era dovuta al fatto che la bomba non era stata “armata” a dovere prima del lancio.
9- Per la cronaca, al posto del foro creato dalla bomba nella parete laterale, venne poi ricavato, in sede di lavori di ripristino, un balconcino tuttora esistente. Attaccato a detta parete, sopra il divanetto del salotto, v’era un prezioso ritratto ad olio del mio trisavolo, il Notaio Fontanazza, che, malridotto per il semi-crollo della parete, finì relegato per molto tempo in soffitta, assieme alle sopravvissute due poltroncine del citato salotto. Anni dopo, riuscii a far restaurare l’uno e le altre e, da allora (1962), a guisa di preziose reliquie, mi hanno seguito in tutti i trasferimenti, vicini e lontani.
10- Lungo tutta la via Sant’Agata esistevano allora, tempi beati , i marciapiedi .
11- Brenno era il re dei Galli che, nel 39 a.C. sconfisse i romani al “fosso della Bettina” (l’antico Allia, affluente del Tevere) e incendiò Roma.
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“SABATO FASCISTA”
e dimostrazioni “pro intervento”.
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"Era obbligo disporre della relativa “uniforme” composta da pantaloncini grigio verde, da camicia nera con fascia alla vita, dal fazzolettone azzurro con il fermaglio a forma di “M” e dal “fez” col sottogola e col cordoncino laterale a ciuffo. Sul caratteristico copricapo, di chiara origine turco - marocchina, risaltava il simbolo della G.I.L. (vedi immagine) Ogni sabato ci si doveva recare a scuola indossando la divisa, anche perché, di massima, almeno due ore della mattinata erano destinate agli esercizi ginnici in palestra, oltre che alle noiose prove di “inquadramento e movimento di squadra”. L’Insegnante di educazione fisica era, a quel tempo, il “camerata” Cesare Di Cosola, buon amico di famiglia che, ormai da diversi anni, aveva lasciato la sua terra pugliese per divenire, a tutti gli effetti, cittadino ennese. Aveva conseguito a Roma l’abilitazione all’insegnamento, frequentando i corsi triennali della Scuola Superiore di educazione fisica, la rinomata “Farnesina”, una vera e propria Università dello sport. E come se tutto ciò non bastasse, il pomeriggio ci si doveva presentare, obbligatoriamente e sempre in divisa, presso il Gruppo Rionale G.I.L., allora ubicato in Piazza San Francesco, o Vittorio Emanuele che dir si voglia. Il “fiduciario” del Gruppo era il Capocenturia Maestro Salvatore
Morgana2, cui era attribuito il compito di coordinare e disciplinare le varie attività. Alle sue dipendenze erano alcuni “capomanipolo” e “sottocapomanipolo” della M.V.S.N. (Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale). Detti gradi gerarchici erano equiparabili, più formalmente che sostanzialmente, a quelli di capitano, tenente o sottotenente dell’Esercito. Alcuni “giovani fascisti”, di età variabile dai 18 anni in su, formavano poi una fanatica elite, quella dei cosiddetti “aspiranti graduati”.
La M.V.S.N.3, creata con decreto del 14 gennaio 1923, avrebbe dovuto rappresentare, nelle intenzioni di chi aveva voluto e deliberato quel provvedimento, un innocuo corpo armato “parallelo” all’Esercito. Erano abbastanza evidenti, tuttavia, le recondite motivazioni per cui s’era dato vita a tale farraginosa struttura para militare. Prima fra tutte quella di creare una sorta di deterrente, in “difesa del regime”, contro tentativi di eversione da parte di eventuali avversari. Ma non va dimenticata quella, altrettanto importante, di fare in modo che in essa confluissero, controllatamente, le famigerate e informi “squadracce” proliferate nel corso della cosiddetta “rivoluzione fascista”, che avevano assunto le pericolose sembianze di vere e proprie bande armate .
La G.I.L., in campo giovanile, poteva essere considerata una sorta di filiazione della citata M.V.S.N. e, conseguentemente, anche noi “Balilla”, alla pari delle categorie maggiori o parallele (Avanguardisti, Preavieri, Giovani Fascisti, Gruppi Femminili, ecc.) eravamo inquadrati in “squadre”, “manipoli” e “centurie”.
Era irrinunciabile, pertanto, l’obbligo di partecipare alle “esercitazioni”, alle marce, ai saggi ginnici, alle parate. In occasione di queste ultime, ciascuna “squadra” veniva assegnata ad uno specifico “settore”. Lungo l’itinerario, si sfilava, “allineati e coperti”, seguendo il passo cadenzato impresso da una triade dei “tamburini” che precedevano i reparti. Alcuni di questi, per così dire denominati “scelti”, erano dotati del pseudo fucile “mod. 35 ridotto”, che pur essendo una perfetta imitazione “in scala” dell’originale, altro non era che un autentico giocattolo. Nel corso delle “adunate” del sabato si doveva sottostare, molto spesso, a massacranti “marce”, a stressanti “attese” (magari sotto il sole o all’addiaccio, secondo le stagioni), oltre che alle ricorrenti e inconsulte vessazioni di fanatici e vanesi “graduati”. Una sceneggiata senza senso che dava adito ad incongrue manifestazioni di “classismo” e di “autoritarismo”, tutt’altro che utili e formative per dei ragazzi che s’apprestavano ad affrontare le problematiche esistenziali, scolastiche e sociali connesse con la propria età. Non è azzardato affermare che i sistemi dispotici adottati in seno alle organizzazioni giovanili fasciste, sarebbero annoverabili, oggi, fra le diverse sconcertanti forme di “bullismo” tuttavia presenti, pur se tanto avversate, nell’ambiente scolastico o di caserma.
Il comportamento di parecchi esponenti della tronfia gerarchia fascista, era la netta conseguenza delle retoriche e incaute “direttive” che, ossessivamente, stimolavano la base affinché contribuisse a “modificare” il temperamento tendenzialmente insubordinato e antimilitarista della massa popolare. Il “duce”, del resto, nella qualità di capo supremo e indiscusso della proterva cordata gerarchica, aveva apertamente affermato che era necessario “raddrizzare la schiena” degli italiani. Anche le giovani generazioni, che stavano appena affacciandosi alla “fatale” esperienza del nuovo corso totalitario e imperialista, dovevano sottostare, per molti versi, al farsesco sistema. La vantata potenzialità militare, più che altro portata avanti da una sparuta schiera di faziosi demagoghi e in gran parte costruita sul nulla dei famosi “otto milioni di baionette”, ebbe a creare diffuse ambiguità e irrazionali illusioni che, di fatto, sconvolsero i sani e sostanziali valori collettivi. Non s’era compreso, invece, che sarebbe stato maggiormente necessario, in quel momento, salvaguardare e irrobustire la coscienza e la coesione nazionale, specie di fronte all’incalzare di una situazione internazionale tutt’altro che tranquilla e rassicurante.
Quando, poi, giunse il momento cruciale in cui ebbero a manifestarsi apertamente gli atteggiamenti bellicosi della Germania di Hitler (1938 – 1939), i “fanatici” di cui sopra dimostrarono di non avere preso in alcuna considerazione il rischio della pericolosa china verso cui stava precipitando la Nazione. Si diedero da fare, viceversa, per soffiare sul fuoco dell’interventismo, aizzando le masse contro le potenze “plutocratiche” e sbandierando strampalate rivendicazioni territoriali, specie nei confronti della Francia.
La G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio), il G.U.F. (Gruppi Universitari Fascisti) e la Segreteria Federale del P.N.F. (Partito Nazionale Fascista), seguendo supinamente le direttive dei rispettivi organi centrali, agitavano le acque e, con malcelata pervicacia, fomentavano manifestazioni e “dimostrazioni”. Nell’ambito di un tale distorto scenario, anche le scuole superiori, di ogni ordine e grado, finirono con l’essere disinvoltamente coinvolte. Le ricorrenti motivazioni delle artefatte “dimostrazioni”, traevano origine dagli strabilianti successi militari tedeschi (Polonia, Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio, Francia) o dalle reiterate provocatorie azioni anti-italiane, spregiudicatamente portate avanti dagli inglesi. Basti ricordare, ad esempio, il piratesco abbordaggio e il conseguente sequestro, in acque internazionali non lontane da Gibilterra, di alcuni disarmati mercantili italiani in navigazione, per non dire dell’arrogante blocco dei crediti vantati dall’Italia verso i paesi dell’area della sterlina.
Non stava certo a noi ragazzi giudicare se la chiassosa propaganda del regime fosse rispondente ad una realistica valutazione della situazione internazionale, così come non stava a noi manifestare alcun dubbio in merito alla decantata “potenza” del nostro apparato militare, incensato ed esaltato oltre ogni limite di ragionevolezza. Era ovvio, per altro verso, che al diffondersi della notizia di una probabile nuova “dimostrazione”, scattasse la gioiosa molla della inaspettata possibilità di marinare la scuola e, pertanto, s’era ben contenti, in verità, di aderire, con interessato entusiasmo, ad ogni iniziativa.
Il tutto, alla fine, finiva con l’essere nient’altro che una chiassosa sfilata per le vie della Città, sventolando bandiere, innalzando striscioni e cartelli, inneggiando al Duce e al Re, gridando a squarciagola strampalate invettive contro le Nazioni dell’occidente “plutocratico e reazionario”, ritenute e presentate come “affamatrici e strangolatrici” del Popolo Italiano.
Pur se a fronte di motivazioni di base ben diverse, anche oggi esiste una certa tendenza a fare “ricorso alla piazza”, a riempire le strade di “manifestanti”, ad indurre raccogliticce e variopinte folle ad imperversare nelle Città di una Italia ritenuta “democratica”. Dimostrazioni che, pur se logisticamente meglio organizzate, finiscono per assumere spesso un netto sapore “festaiolo”, per non dire carnascialesco. I dimostranti di oggi hanno cambiato pelle, ostentano altri vessilli, striscioni e cartelli, gridano “slogan” di diversa studiata natura, ma, in definitiva, conservano pur sempre l’antico “cliché”. Anche oggi, è usuale assistere a schiamazzanti manifestazioni intrise di demagogiche provocazioni, di incongrue rivendicazioni lanciate al vento, di sconvolgenti ipocrisie che, oltretutto, hanno un ritorno di ben scarso effetto pratico.
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Alla fine, quando il Paese venne incoscientemente portato ad entrare in
guerra4, le scuole seguitarono a funzionare pressoché regolarmente pur se, adesso, lo svolgimento dei programmi scolastici era affidato ad un corpo insegnanti prevalentemente femminile. I pochi professori uomini o erano anziani o erano supplenti di primo pelo, nominati in sostituzione dei titolari richiamati alle armi.
A fronte della piega negativa assunta dalle operazioni militari, le “dimostrazioni studentesche” pre - belliche non appartenevano più alle velleità dei più “grandi”, anche perché, del resto, c’era ben poco da inneggiare e non era facile capire a chi plaudire.
S’era dato vita, di contro, ai “comitati scolastici” che avevano il compito di incentivare la raccolta di indumenti di lana (particolarmente guanti), oltre che di generi di prima necessità. Il tutto veniva convogliato presso i centri comunali incaricati di confezionare dei “pacchi dono” per i soldati al fronte. Particolare attenzione era rivolta a quelli di stanza in Albania ove la temperatura scendeva spesso sotto lo zero e ove i disagi, dovuti all’impreparazione e alla inefficienza logistica dell’apparato militare, erano eclatanti, ai limiti della sopportazione5 .
I servizi di propaganda cercavano di tenere su il morale della popolazione raccontando dell’eroico sacrificio degli artiglieri della “piazzaforte” di Bardia che, a prescindere dal coraggio dei soldati, di “forte” aveva solo qualche opera muraria di difesa e quattro vecchi cannoni “Skoda”, residuati dell’ultima guerra. Si esaltava il valore delle guarnigioni di Cufra e di Giarabub, quest’ultima divenuta famosa anche in virtù della canzone che si rifaceva all’indomito coraggio dei difensori
6. Era in voga anche un’altra canzoncina che spavaldamente affermava “.. adesso viene il bello“, … a primavera s’apre la partita”.
Si confidava in una sicura rivincita e, pur se le brutte notizie erano all’ordine del giorno, si sperava in un altro Piave e in un’altra Vittorio Veneto. In Albania le cose volgevano al peggio e, fra una “ritirata strategica” e l’altra, le provate truppe italiane, sotto la spinta della violenta controffensiva greca, avevano dovuto ripiegare sin nei pressi di Valona, quasi con le spalle al mare. Per molti versi, una nuova Caporetto.
………………..
(segue)
1-
La G.I.L. aveva da poco rilevato i grandi e confortevoli locali della ex “SOCIETA’ OPERAIA”. Nel periodo in cui detta Società era in piena attività, all’interno dei suoi locali esisteva un’ampia sala di lettura, con un grande tavolo centrale, con comodi divani, poltrone e sedie di vario tipo. Erano sempre disponibili i giornali quotidiani, oltre che parecchi periodici. Esisteva anche una “storica” raccolta della “Domenica del Corriere”, rilegata per anno, a partire dal 1899. Altre tre stanze erano utilizzate dai Soci per il gioco delle carte Nel periodo natalizio, in una di esse, la più capiente, si svolgeva, il gioco della “tombola”, egregiamente curato da un noto personaggio, il Sig. Neglia, il quale, pur abbastanza avanti negli anni, seguitava a svolgere ancora l’attività di “portalettere”.
2-
Noto personaggio ennese, insegnante, giornalista e pubblicista, che fu anche professore di tedesco e che poi, nel 1946, mi chiamò a fare parte della Rev.ma “Arciconfraternita delle Anime Sante” della quale era esimio “Rettore”.
3- La M.V.S.N. ebbe ad assorbire, nel tempo, consistenti e preziose risorse umane, logistiche e di ’armamenti, in evidente contrasto con la scarsa disponibilità di materie prime e con le carenze di più moderni ed efficienti mezzi di cui già soffrivano i tradizionali Corpi militari. Seguendo la perniciosa tendenza squisitamente italiana di creare concorrenziali “doppioni” o di costruire inutili “cattedrali nel deserto”, si diede vita, ad una sequela d’ improvvisati e spesso inefficienti “corpi speciali”, quali la milizia “controaerea” o quella “costiera”, la “stradale” la “postale”, la “coloniale” la “confinaria”, la “forestale” la “portuale”. Non venne neppure trascurato di creare, in seno alla stessa Milizia, il “ruolo medico” e il “ruolo dei Cappellani”. Trattavasi, in definitiva, di una elefantiaca organizzazione (alquanto parassitaria e sostanzialmente inadeguata), tracotantemente equiparata alle altre “forze armate” ma strutturata in maniera “autonoma”. In funzione dell’ambizioso progetto ideologico di far rivivere i fasti dell’organizzazione militare dell’antica Roma, i reparti erano pomposamente denominati “manipoli”, “centurie”, “coorti”, “legioni”. I gradi superiori erano quelli di “seniore” (maggiore), di “console” (colonnello), di “console generale” e di “luogotente”, rispettivamente equiparabili a quelli di generale di brigata e di divisione.
4- L’Italia si trovò ad essere invischiata (anche per colpa, risaputamente, della cieca politica egemonica di Francia e Inghilterra) nei diversi “patti” stipulati con il pur diffidente alleato d’oltralpe e con il lontano impero del “sol levante”, senza tenere conto del fatto che le Forze Armate italiane (nelle mani, come già detto, dell’inetto Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio) erano tutt’altro che paragonabili alla potente macchina bellica della “Whermacht” tedesca. Lo Stato Maggiore, peraltro, non aveva ritenuto doveroso predisporre adeguati piani per il caso, parecchio probabile, di un intervento militare e, anzi, aveva operato in modo tale da disperdere e quasi annullare la pur discreta potenzialità di cui in quel momento si poteva disporre, anche avvalendosi di efficaci azioni di “sorpresa”. Non venne individuata, a tal fine, alcuna priorità strategica e si ritenne che fosse più utile vivere alla giornata, lasciando agli avversari, in definitiva, il tempo di colmare ogni pregressa inferiorità.
5- Ne ebbi più volte conferma attraverso il racconto di mio cognato, Pino Miccichè, che dal 24 marzo 1941 partecipò, da sottotenente del l’80° Reggimento Fanteria “Mantova”, alle tristi vicende belliche del fronte greco - albanese e che poi, dopo l’8 settembre ‘43, finì in Polonia, prigioniero dei tedeschi.
6- Il comandante del Presidio di Giarabub era il Maggiore Castagna - siciliano -, promosso tenente colonnello sul campo. La canzone conteneva la frase poi divenuta famosa: - “colonnello non voglio il pane, …. voglio piombo pel mio moschetto”.
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BICI e MOTO, che passione !
In quei lontani anni d’anteguerra
era molto diffusa la passione per le bici e per le moto. Non va dimenticato, però, che ben pochi erano coloro che potevano permettersi, all’epoca, il lusso di disporre di una bicicletta o, tanto meno, di una moto. Era del tutto naturale, quindi, che lo scampanellare di una bici di passaggio o il rombo del motore di una moto in transito, provocasse un senso d’irrefrenabile curiosità e d’istintiva attrazione che acuiva il fascino delle “due ruote”. Era spontaneo puntare gli occhi con ammirata attenzione su bici e moto e non mancava certo un pizzico d’invidia nei confronti di chi poteva liberamente disporne, specie se per diporto.
Solo ricorrendo al noleggio di una più o meno sgangherata bicicletta,
molti ragazzi riuscivano a sopperire, almeno saltuariamente, al desiderio di scorazzare per le vie del centro a cavalcioni delle due ruote.
Erano oltremodo felici, per giunta, quando qualche soldino in più
consentiva di protrarre, dopo la consueta mezz’ora, quella gratificante sensazione. Uno dei due negozi in cui era possibile prendere a noleggio una bici, era ubicato in Via Roma, poco prima della Chiesetta di Santa Lucia. Era gestito da un certo Cutroneo, un ex corridore dilettante. L’altro, il più noto, era quello del Cav. Di Stefano il conosciutissimo “don Pippinu ‘u
immirutu”1, di cui già s’è avuto occasione di parlare.
Fatta tale premessa, ecco spiegato il perché non era passato inosservato il reiterato passaggio, sotto i balconi di casa, di una rilucente minuscola moto, condotta da un lustro ed impettito ufficiale dell’Esercito probabilmente in forza ad uno dei reparti di servizio del Comando d’Armata. L’andirivieni di quello strano mezzo di locomozione aveva fatto scattare, istintivamente, la curiosità e, osservandone il più attentamente possibile le caratteristiche,
era da trarre la conclusione che non doveva trattarsi di un mezzo “militare”.
Non per il semplice fatto di non vedere in circolazione altri consimili esemplari.
ma anche perchè non recava la targa del R.E. (Regio Esercito). Molti erano, invece, i particolari che inducevano a concludere che doveva trattarsi di un mezzo “privato”.
Il motore di quel particolare mezzo, oltre ad avere una conformazione del tutto diversa e parecchio più semplice rispetto alle moto tradizionali, occupava poco
spazio2. Era evidente, tuttavia, che doveva possedere significative caratteristiche tecniche se, a fronte di così limitate dimensioni, riusciva ugualmente ad erogare una soddisfacente potenza, tale da consentire prestazioni di tutto rispetto. Da quel piccolo motore, oltretutto, proveniva solo un fievole rumore, poco più di un ronzio, che nulla aveva a che spartire, ovviamente, con il cupo rombo delle moto di grossa cilindrata in dotazione ai reparti militari, quali le robuste “Moto Guzzi” e le “Gilera”, o le “DKW” tedesche.
Luccicanti cromature facevano risaltare le modanature del serbatoio e dell’impianto d’illuminazione, oltre a porre in evidenza il tubo di scarico e talune altre parti accessorie. La lucentezza, rispetto alla verniciatura nera del telaio e dei parafanghi, determinava un netto contrasto e arricchiva la complessiva appariscente estetica della moto. Il tutto portava ad esprimere un entusiastico plauso a chi l’aveva ideata e progettata, oltre che alla palese capacità dell’industria che l’aveva realizzata. Ed ecco perché, ogni qual volta il crescente ronzare del suo motore riusciva ad
avvisare a tempo il suo passaggio era possibile coglierne la fuggevole vista, magari provando un senso di bonaria invidia verso il proprietario, o possessore che
fosse. Quell’impettito, ritto e imperturbabile ufficiale, appariva
come un gigante in groppa ad un puledrino.
...... Chissà quale sorte sarà toccata a quell’ufficiale e alla sua stupenda moto, quando l’incalzare dei tragici avvenimenti bellici del luglio 1943 impose l’affrettato sgombero di Enna. Saranno riusciti, entrambi, a non farsi travolgere dal disordinato ripiegamento verso Messina? Saranno riusciti, poi, a traversare lo Stretto e a sfuggire alle conseguenze del definitivo abbandono della Sicilia in mani nemiche?
1- Se ne è già parlato a pagina 8 ma va in ogni caso ribadito, simpaticamente, che la “vistosa” gibbosità non intaccava menomamente la sua giovialità, la sua spiccata personalità, oltre che l’indiscussa capacità tecnica.
2- Appresi, nel tempo, che trattavasi di una “GILERA 175 SIRIO”. Nata nel 1931 da un avveniristico progetto della Casa di Arcore, fu sviluppata negli anni successivi, riscuotendo un buon successo tecnico e commerciale. Era la più piccola moto marciante dell’epoca e pesava poco più di 95 Kg. Dal 1936 al 1939, malgrado in quel periodo prebellico fosse quasi vietato l’uso di moto private, ne furono prodotti parecchi esemplari. Aveva una potenza di 5 HP e poteva raggiungere una velocità di punta di circa 75 km /h., prestazione abbastanza soddisfacente per quelle che erano, allora, le caratteristiche delle piccole cilindrate.
Un vecchio esemplare della GILERA 175 “Sirio”
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