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Giuseppe Giusti

 

Lo stivale

Io non son della solita vacchetta, 
né son uno stival da contadino,
E se pajo tagliato coll’accetta,
chi lavorò non era un ciabattino;
mi fece a doppia suola e alla scudiera,
e per servir da bosco e da riviera. 

Oh povero stivale! Ora confesso 
che m’ha gabbato questa matta idea:
quand’era tempo d’andar di me stesso,
colle gambe degli altri andar volevo;
ed oltre a ciò, la smania inopportuna
di mutar piede per mutar fortuna !

E intanto eccomi qui roso e negletto,
sbrancicato da tutti, e tutto mota,
e qualche gamba da gran tempo aspetto
che mi levi di grinze e chi mi scuota;
non tedesca, s’intende, ne francese,
ma una gamba vorrei del mio paese !

Rifatto allora sulle vecchie forme
e riportato allo scorticatoio,
se fui di peso e di valore enorme,
mi resta a mala pena il primo cuoio;
E per tapparmi i buchi nuovi e vecchi
ci vuol altro che spago e piantastecchi!

La spesa è forte, e lunga è la fatica:
bisogna ricucir brano per brano,
ripulir le pillacchere; all’antica
piantar chiodi e bullette, e poi piano piano
rigambar la polpa ed il tomajo:
ma per pietà, badate al calzolaio !

E poi vedete un po’: qua son turchino,
la rosso e bianco, quassù giallo e nero;
insomma a toppe come un arlecchino;
se volete rimettermi davvero, 
fatemi con prudenza e con amore,
tutto d’un pezzo e tutto d’un colore !

Scacizzolate sull’ultimo se v’é
un uomo purché sia fuorché poltrone;
E se quando a costui mi trovo in piè,
si figurasse qualche buon padrone
di far con meco il solito mestiere,
lo piglieremo a calci nel sedere ! 


(Giuseppe Giusti - 1836)


 

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