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La terza guerra libica

 

 

La tragedia che il popolo libico sta vivendo sulla propria pelle ci insegna molte cose e ci riporta al periodo storico che dal 1911 (guerra italo turca) va sino al fatidico 1931, anno in cui la feroce repressione italiana messa in atto da Badoglio - governatore della Libia - e da Graziani - comandante esecutivo delle forze in campo - portò all’impiccagione di Omar al - Mukhtar - capo dei rivoltosi - e alla dura prigionia per migliaia di libici. Ci fa ricordare, ancora, i campi di battaglia della seconda guerra mondiale nel corso della quale, fra le terre assolate e desertiche della Cirenaica, della Sirte e della Tripolitania, si svolse il titanico alterno scontro fra gli eserciti dell’Asse e le agguerrite divisioni inglesi della 8° Armata. Si vede che quei cruenti bagni di sangue non sono serviti a niente se la violenza delle armi torma a dominare quegli stessi scenari, adesso ricchi di petrolio e di gas. Principalmente, però, ci fa riflettere su un fatto incontrovertibile e fondamentale. I prezzolati mass-media delle Nazioni dell’occidente cosiddetto civilizzato, di gran parte degli autocratici Stati mediorientali e africani o del lontano oriente asiatico, ci inondano di raccapriccianti notizie di crimini contro la popolazione civile ma trascurano, di massima, di parlare delle non tanto remote cause dell’affiorante spirito di rivolta della base popolare. Sanno solo fungere da cassa di risonanza per le ipocrite dichiarazioni dei capi che detengono, magari artatamente, le sorti del Pianeta. Ne viene fuori un quadro ben poco edificante e affatto rassicurante per la futura sorte della civiltà. Un quadro fatto di complicità, di commistioni, di favoreggiamenti, di affarismi immorali e talvolta illeciti, di diatribe e false argomentazioni diplomatiche, di attendismi strumentali o solo formali. Un quadro che ineluttabilmente e colpevolmente porta a far trascorrere quel tempo prezioso che, impedendo l’uso spropositato e incivile della forza bruta, potrebbe salvare migliaia di vittime incolpevoli. Questa è la sostanza che emerge dall’operato dilatorio ancora una volta posto in essere, rispetto alla tragedia della Libia, dalla elefantiaca e inconcludente organizzazione delle Nazioni Unite. Si sta riproponendo un consueto scenario che porta ad affermare come la ragion d’essere dei tanti misfatti oggi esistenti sulla faccia della Terra si possa far risalire alla mancanza di determinazione dei ben pasciuti e tronfi personaggi che, più o meno pilotati dai governi di appartenenza e in un caleidoscopio di colori, di abbigliamenti e di culture, siedono negli scanni del Palazzo di Vetro di New York , leggi O.N.U. E’ in detta monumentale sede che si consumano i torti più eclatanti e le disattenzioni più perniciose in danno dell’umanità in genere e delle stremate popolazioni dei paesi sottosviluppati, in particolare. E’ lì che con prezzolata settarietà e con la costante applicazione dell’abominevole cultura del “pro domo mea”, s’è instaurata tutta una serie di deludenti e ambigui comportamenti. In aperto contrasto con i principi ispiratori della “carta dell’O.N.U., s’è determinata una sorta di tacita accettazione dell’inqualificabile ingordigia di quella diffusa congerie di piccoli e grandi dittatori i cui rappresentanti sono stati accolti, con imperdonabile leggerezza, nella primaria assise delle Nazioni mondiali. Autocrati che, pur se talvolta camuffati sotto le facili vesti di sedicenti assertori dei principi democratici, sono notoriamente colpevoli, in genere, di assurdi dispotismi medievali, di inenarrabili delitti, di sanguinose repressioni, di incommensurabili sperperi di denaro estorto all’asservita e succube base popolare. Sono parecchi i Paesi - piccoli e grandi - che, a fronte di tale stato di cose, non dovrebbero fare parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Specie se si considera l’aggravante della loro manifesta e sfacciata negazione di quello che il principio fondamentale e statuito della convivenza fra Nazioni civili: l’autodeterminazione dei popoli. L’O.N.U., magari modificando il proprio statuto e abolendo il dispotico e anacronistico “diritto di veto”, di cui disarmonicamente dispongono le ben note nazioni capoccia, almeno teoricamente dovrebbe essere l’indiscussa tutrice della pace mondiale, del benessere dei popoli, della difesa e del rispetto della integrità del Pianeta. Altro non è divenuta, invece, che una accozzaglia di gente amorfa incapace di perseguire obbiettivi comuni. Per completare il poco edificante quadro, inoltre, non va dimenticato l’esercito dei ben remunerati colletti bianchi che popolano gli uffici di una infinita miriade di compartimenti stagni su cui si regge il costosissimo e insulso apparato burocratico di tale diabolico organismo internazionale. Da li la progressiva squalifica di ogni autorevolezza internazionale e l’incapacità sostanziale di rappresentare un valido deterrente per le ricorrenti crisi dovute a fattori di dispotismo locale, di egemonia internazionale, di lotte razziali, di fanatismo religioso, di criminale terrorismo. 
Un fiume di denaro finisce in un tale pozzo senza fondo, denaro peraltro approntato in quota dalle Nazioni aderenti e quindi dai contribuenti delle stesse. Se tale rilevantissima disponibilità finanziaria fosse più proficuamente impiegata per affrontare i problemi strutturali delle nazioni in cui - pur in presenza di grandi o addirittura immense risorse naturali - le popolazioni versano in un grave stato di indigenza, sicuramente si affievolirebbero molte delle spinte negative che oggi condizionano e impediscono la stabilizzazione di talune aree a rischio del Pianeta. Si ridimensionerebbero, altresì, le penose motivazioni ambientali che alimentano le incontrollabili correnti migratorie di grandi masse di gente stremata dalla povertà, priva di lavoro, mancante del pur minimo grado di autonomia sostentantiva, spesso ridotta a livello di esseri primordiali. 
E’ il momento di dire basta alle ciance declamatorie di Capi di Stato, di Governo, di Ministri, di vacui sapientoni della gerarchia ecclesiastica - tutti inclusi e nessuno escluso - che al palesarsi di tragedie, di disastri, di lutti, si battono il petto in segno di costrizione ma poi, più o meno riservatamente, seguitano a crogiolarsi nella vita godereccia e sfarzosa di ogni giorno fra mille sprechi, fra mille apparenze, fra mille ipocrisie.
E, per concludere, si potrebbe dare il caso che uomini con le mani ancora sporche del sangue dei propri connazionali, con le coscienze bacate, drogati dalla bramosia del potere - territoriale o economico -, dallo spietato esercizio della repressione di ogni anelito di libertà, continuino o tornino a sedere fra i banchi dell’Assemblea dell’O.N.U. 
Come dire che a fare parte dei Parlamenti nazionali possano essere tranquillamente ammessi i criminali riconosciuti, i capi mafia, i capi terroristi, gli assassini, i lestofanti della economia e chi più ne ha più ne metta.
Se questa è la moderna civiltà forse sarebbe più salutare tornare alla vita dell’uomo delle caverne. Ma gli attuali capi - civili e religiosi - sono all’altezza di comprendere tale lapalissiana realtà? 
Quasi sicuramente no e giornalmente ce ne forniscono la controprova.


12 marzo 2011 

 

LUAU


 

 

 

 

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