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1970 un giardino nell’attico

 

Un pomeriggio del marzo 1967, percorrendo il Viale Vittorio Veneto, ebbi a notare, sulla sua perpendicolare, li sulla collina che in salita ne domina lo sfondo, la struttura di un alto edificio in costruzione. 
Come fossi stato colto da una improvvisa folgorazione, pensai che per lasciarsi alle spalle il caos del centro cittadino, i rumori molesti, l’aria inquinata, la dominante sporcizia, i segni distintivi di una società indisciplinata e irrispettosa, sarebbe stato bello andare a vivere lassù, in una zona ove era sperabile esistessero ancora i tratti di una qual certa confortevolezza ambientale.

Catania, infatti, iniziava già ad essere soffocata dal traffico, dai disservizi e dalla incuria istituzionale, pur se il fenomeno non lasciava presagire ancora gli sviluppi nefasti che esso avrebbe assunto nel tempo. Molti palazzinari, oltretutto, con piratesca ingordigia e senza tanti scrupoli, s’erano buttati, ormai da anni, all’arrembaggio del territorio. Il potere politico e amministrativo, loro omertoso complice quanto incorreggibile arruffone - per non dire altro -, dimostrava di avere tutto l’interesse di lasciare libero corso alla “banda bassotti” dei nuovi “milionari” del mattone e del cemento. Bastava mettersi d’accordo a tempo opportuno, spesso a fronte di favori o di profitti quasi in partecipazione, per giungere alla formale concessione di ogni tipo di licenza di costruzione, magari dotata di relativi sotterfugi in materia di “sottotetti”, “locali accessori”, “servizi comuni”, “cantine” ecc. ecc. che, sulla carta, non formavano cubatura. Le strade, i parcheggi, le fognature, gli spazi verdi e quant’altro necessario al vivere civile delle comunità, potevano aspettare e, quasi sempre, venivano rimandati a tempi migliori. Era fin troppo evidente, inoltre, che i successivi problemi del traffico, della densità abitativa, dei carenti servizi pubblici essenziali, sarebbero rimasti fuori, di massima, dai ben protetti “centri operativi” delle varie imprese e dalle capienti casseforti dei novelli “paperoni”. Poco importante era, per loro, se ogni cosa, poi, sarebbe sfociata nel caos, nella invivibilità dell’ambiente, nell’escalation fiscale e tariffaria, nelle ruberie e negli scandali. 

Tutti sapevano, tutti vedevano, tutti ascoltavano, ma nessuno riteneva doveroso intervenire per stroncare, al suo nascere, il diffondersi del malaffare economico e politico. Anche la Magistratura, a quei tempi, era dell’opinione di chiudere almeno un occhio, malgrado i sintomi dell’insorgente corsa all’approfittamento fossero notori e, in taluni casi, più che palesi. Continuare il discorso porterebbe chissà dove ed è più opportuno, quindi, non dilungarsi e fermarsi qua. 

L’immobile che aveva attratto la mia attenzione ricadeva nel territorio di Tremestieri Etneo e, pur se alquanto decentrato, possedeva molte delle caratteristiche desiderate. Sta di fatto che, esperiti gli accertamenti del caso e preso contatto con l’impresa costruttrice, si giunse rapidamente alla stipula del preliminare di acquisto dell’attico, ubicato all’ottavo piano della palazzina in costruzione. Fu possibile, altresì, visto che le relative opere murarie erano ancora in fase di allestimento, apportare alcune utili modifiche funzionali, nel complessivo rispetto, tuttavia, del progetto inizialmente approvato.
Non appena ultimati i lavori interni ed eseguite gran parte delle rifiniture, l’impresa consentì, nei primi mesi del 1968, di insediarci nella nuova abitazione, ancor prima della stipula del definitivo atto di vendita. A prescindere dalle difficoltà del trasloco (parte dei mobili poterono giungere a destinazione solo mediante l’uso della gru dell’impresa), una delle prime incombenze fu quella di sistemare al meglio le due spaziose terrazze e le lunghe balconate che, a 360 gradi, attorniavano l’attico. Non fu, in verità, cosa facile ne tanto meno indolore. Scarne com’erano, sembravano delle anonime propaggini dello stesso, piuttosto che degli spazi esterni fruibili in relazione alla sua complessiva funzionalità e vivibilità. 
Iniziata l’opera, una gran quantità di piante, pur nella loro diversità e varietà, trovarono dimora in vasi d’ogni dimensione e forma, ordinatamente disposti negli spazi liberi e lungo le robuste inferriate. Panciute e capienti giare, inoltre, servirono per sistemare alcuni robusti rampicanti che, con i loro forti tentacoli, s’abbarbicarono rapidamente su per le pareti, arabescandole con bizzarri intrecci. Nell’arco di pochi mesi, teneri germogli, multicolori e profumati fiori, oltre che un intenso sviluppo di lucido fogliame, presero a ravvivare, con le loro smaglianti e variegate tinte, le grandi terrazze. 
La fatica per trasportare ogni cosa sino all’ottavo piano, specie le giare e l’enorme quantità di terriccio necessario alla bisogna, non era stata ne poca ne a buon mercato ma, alla fine, l’evidente risultato aveva abbondantemente compensato i sacrifici e l’intenso lavoro. E’ da dire, in ogni caso, che lo splendido scenario di tante lussureggianti piante, non aveva la funzione di una semplice coreografia fine a se stessa. 
Rappresentava, invece, un qualcosa che, appagando la vista e rallegrando l’animo, dava un senso di maggiore accoglienza all’abitazione e riusciva a mitigare, almeno in parte, taluni inconvenienti del palazzone a torre su cui troneggiava il vasto attico. La struttura, che copriva l’intiera superficie dell’ultimo piano dell’edificio, pur dotata di un’indubbia funzionalità e spaziosità e pur godendo della stupenda vista dei sottostanti declivi, risentiva notevolmente, infatti, della vicinanza di altre costruzioni successivamente realizzate. Per fortuna, però, la posizione avanzata dell’edificio, rispetto agli altri circostanti, rappresentava un indiscusso, impagabile e inalienabile vantaggio poiché, fra l’altro, lasciava interamente libera la visuale della stupenda costiera ionica. 
Ricordando il felice momento dell’acquisto, fu parecchio amaro, in ogni caso, accettare il fatto che, nell’arco di un paio d’anni, fosse stata quasi totalmente azzerata l’iniziale caratteristica ambientale della zona, fatta di ridenti campagne, di fiorenti frutteti, di antichi caseggiati. Il Comune interessato aveva permesso, chissà a fronte di quali più o meno lecite contropartite, che la speculazione edilizia potesse impunemente sfruttare, in così ristrette aree, un’alta intensità costruttiva, quasi in assenza di confacenti spazi verdi, di strade ampie, di idonee infrastrutture. Il quartiere Canalicchio, in particolare le zone di via Nizzeti e Via Nuovaluce, è divenuto oggi, per effetto di tali nefandezze, un caotico ammasso di informi e brutti palazzoni, privi di qualsivoglia arricchimento architettonico ed estetico. Il traffico veicolare, la eccessiva densità abitativa, l’assoluta mancanza di verde pubblico, la carenza di servizi, lo hanno soffocato e reso pressoché invivibile, alla stregua di molti altri congestionati agglomerati urbani. Delle ridenti prerogative di cui godeva sino agli anni ’60, non è rimasto quasi nulla. 

Dedicandomi alla cura delle piante, che a dire il vero ricambiavano appieno l’amore loro profuso, ricordavo spesso, e con piacere, il giudizio di un amico ennese il quale, in occasione di una sua visita, s’era spinto a definire quel verdeggiante terrazzo il “giardino più vicino alle stelle”. La benevola ma forse immeritata valutazione, traeva origine, chiaramente, dal motto a suo tempo coniato per esaltare il rinomato “teatro più vicino alle stelle” realizzato, in tempi di buona memoria, pur se non tanto tranquilli (1938 e 1939), all’interno del Castello di Lombardia di Enna. 
Anche standosene comodamente sprofondati nelle sedie a sdraio o seduti sui morbidi cuscini della dondolo, la folta e rigogliosa vegetazione non impediva allo sguardo di spaziare lungo i segmenti dello splendido panorama che si perdeva a vista d’occhio. 
Era inevitabile, però, che affacciandosi dal terrazzo, l’impatto con il notevole dislivello del paesaggio sottostante, dovuto anche all’arditezza degli otto piani, provocasse, sulle prime, un istintivo senso di vuoto. Ma, come suole dirsi, il gioco valeva la candela e nessuno poteva obiettare alcunché sul fatto che, da quell’altezza, si potesse fruire della non comune possibilità d’ammirare un affascinante e vario panorama che si estendeva in profondità, sino a confondersi con il lontano orizzonte. Era ciò che si dice una vista straordinaria. 
S’aveva la sensazione di trovarsi al cospetto di un prezioso e ineguagliabile quadro d’autore, di una mirabile opera d’arte creata e cesellata dalla sapiente mano della natura. Non altrettanto lusinghiero, tuttavia, poteva essere il giudizio sul poco edificante spettacolo offerto dalle vaste cicatrici arrecate dall’irresponsabile opera dell’uomo, chiaramente poco rispettoso dell’ambiente. 
La panoramica vista abbracciava, oltre che buona parte dell’agglomerato urbano di Catania, il vastissimo territorio che, partendo dalla suggestiva baia di Ognuna, si sviluppava sino al grande bacino del Porto, alla distante periferia dell’Acquicella e del litorale della Plaia. La visuale, sulla destra, si spingeva sino alla lontana zona dell’aeroporto di Fontanarossa ed era infatti possibile seguire, con l’ausilio di un buon cannocchiale, il susseguirsi dei vari decolli e atterraggi. Si scorgeva abbastanza chiaramente, pur se parecchio in lontananza, la pianeggiante area della foce del Simeto e della costa di Agnone che si protraeva sino ai dolci pendii del caratteristico promontorio di Brucoli. 
A sera, poi, l’oscurità e le distanze, rimpicciolendo ogni cosa, conferivano al panorama caratteristiche sicuramente più affascinanti, pur se del tutto diverse. 
Il lungo tracciato del Viale Vittorio Veneto, in particolare, quasi in linea perpendicolare rispetto al punto di osservazione, era veramente spettacolare. Prendendo l’avvio dalla circonvallazione e restringendosi, visivamente, sino ad innestarsi, in profondità, nella più stretta Via Libertà, elargiva una straordinaria e particolare sensazione. In virtù del gioco prospettico dei bordi luminescenti, vieppiù vivacizzati dall’intermittenza dei semafori, richiamava alla mente i tratti della slanciata linea della Torre Eiffel. Come se il capriccio di un misterioso artista avesse realizzato la raffigurazione luminosa della rinomata torre parigina e l’avesse adagiata nell’alveo del Viale, con la sommità rivolta verso il piazzale della Stazione. Non era, ovviamente, che una pura illusione ottica ma costituiva, pur tuttavia, un impareggiabile spettacolo che, almeno nella fantasia, restituiva una qualche dignità estetica alla importante arteria cittadina. Essa, pur se realizzata in tempi recentissimi (anni ‘60) è, infatti, quasi del tutto priva di spunti architettonici di rilievo, di adeguati spazi laterali di sfogo e, di fatto, rimane ingabbiata fra gli anonimi palazzoni che la fiancheggiano. 
Volgendo, poi, lo sguardo verso sinistra, il semicerchio del “lungomare” appariva simile ad uno sfavillante diadema, mentre il porticciolo di Ognina somigliava ad uno di quei luccicanti laghetti di stagnola che a Natale adornano i Presepi. 
Nelle ore serotine e notturne, infine, quando il cielo appariva nitido e sgombro di nuvole, splendenti costellazioni colmavano la volta celeste e sembravano integrarsi, laggiù, lungo il vasto orizzonte, con le fioche luci degli innumerevoli e sparsi insediamenti abitativi punteggianti il vasto territorio che gravita sull’ampia rientranza del golfo. 
Al cospetto di tanta magnificenza, anche l’animo più turbato avrebbe potuto cogliere degli ottimi motivi per placare le proprie ansie e le proprie tensioni lasciandosi avvincere da più benevoli pensieri, mentre i soffusi e lontani rumori della notte, alla stregua di una dolce nenia, si prestavano a fungere da innocuo e rilassante sottofondo. 
Non è presuntuoso affermare che quel terrazzo, vivacizzato dai variegati e mirabili colori della compatta vegetazione, oltre che olezzante dei freschi effluvi dei ciclamini, dei gelsomini e delle altre policrome varietà di fiori, era come un’immensa finestra aperta su un esaltante scenario naturale che, stagliandosi in libertà verso i confini del lontano orizzonte, sembrava perdersi nel cielo infinito.


Canalicchio, 
luglio 1973 A. Lucchese

 

 

 

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