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Il feudalesimo e la cultura parassitaria nel meridione 

e in Sicilia


di Pino Ferrante

Secoli di feudalesimo hanno inciso sul modo di essere del meridione determinandone i suoi aspetti deteriori, ancor oggi duri a morire.
Seppure fosse stato dichiarato giuridicamente estinto nel 1812 il sistema feudale con le sue gerarchie politiche ed economiche, le sue regole non scritte sopravvissero; si creò e si diffuse, infatti, una cultura che attinse la sua forza nella piena riuscita del progetto delle classi dominanti di non cedere il loro predominio, che di fatto non cessò. In altri termini, si passò dal feudo come concessione sovrana al diritto di proprietà sulla terra, privo dei limiti dettati dalla tutela del bene comune; la nobiltà, il clero e la scarsa borghesia continuarono a gestire le risorse economiche come avevano fatto da sempre, considerandole una loro esclusiva fonte di rendita e rifiutando, per mera pigrizia o non avendone alcuna necessità, il criterio moderno di “fare” reddito, quale frutto della organizzazione dei fattori produttivi, pregna di fatica e di rischi.
Il feudatario, in Sicilia, poteva, infatti, vivere felicemente, sino a qualche tempo fa, cedendo lo sfruttamento delle sue terre o delle sue miniere di zolfo ai gabelloti, così ottenendo senza fatica rendite non inferiori al 20% del loro prodotto. Costoro, a loro volta, divedevano queste terre o le miniere fra gli affittuari con gli stessi criteri. A pagare il conto, fatto di lacrime e sangue, di questa “organizzazione” di mero sfruttamento schiavistico erano gli ultimi, i lavoratori dei campi e gli zolfatai, privi di alternative di sopravvivenza, se non quella del brigantaggio o dell’emigrazione..
Analogo fenomeno di “creazione” di rendite avvenne con l’attribuzione di pubblici uffici, nei quali il funzionario esercitava in via monopolistica e arbitraria il suo potere, che si estendeva soltanto verso il basso e mai collideva con gli interessi delle classi dominanti, da cui dipendeva.
Questa gerarchia sistemica degli interessi dominanti fu il panorama e la cornice entro cui si specchiò per secoli la società del sud. ove, ovviamente, si consolidò il desiderio degli ultimi di transitare dal mondo degli sfruttati a quello della rendita e degli sfruttatori, con metodi più o meno cruenti e col ribellismo anarcoide e incolto caratteristico di un popolo privo di istruzione, incapace di dare un senso alle sue azioni e di immaginare una diversa organizzazione sociale. Non fu raro , in un periodo relativamente recente ed esattamente tra gli anni 1892-94, in occasione delle animate assemblee dei fasci siciliani, che la forte e drammatica richiesta di giustizia sociale dei “fascianti” fosse accompagnata dal suono dell’inno nazionale, allora la marcia reale, e dagli appelli al sovrano, quale riconosciuto difensore dei deboli e degli oppressi! 
Non vi era una terza via nel loro immaginario o vi era solo per pochi eletti. Era illogica la pretesa, d’altronde, per chi viveva comodamente di rendite certe e illimitate, di faticare nel creare ricchezza attraverso l’organizzazione della produzione secondo gli attuali sistemi, esponendosi ai rischi di insuccesso dovuti al dualismo economico allora accettato e praticato: il Sud agli agrari e alla mafia, il nord agli imprenditori e all’industria.
Il rischio di “intrapresa” riguardò pochissimi audaci, che si trovarono a remare contro strutture ordinamentali e culturali che, quantomeno nel meridione d’Italia, non li riconosceva e non li tutelava.
Il panorama attuale è cambiato solo apparentemente. I nuovi feudatari sono, oggi, le oligarchie politiche dominanti che, agevolati dalla diffusa e popolare cultura della rendita, perpetuano il loro potere con l’acquisizione del consenso falsamente “democratico” ottenuto attraverso la distribuzione o la promessa di incarichi, di appalti truccati e di uffici pubblici privi di utilità sociale, il cui costo crescente e illimitato è stato scaricato nel tempo sul pubblico erario o sulle future generazioni con l’indebitamento. Giunti, come siamo, al capolinea e alla crisi, il governo, dopo avere negato con protervia il disastro ha trovato il modo, appellandosi alla salvezza della “patria” in pericolo, di far pagare il conto ai soliti, agli ultimi. Costoro, intontiti dagli effetti soporiferi della televisione dispensatrice del pensiero unico, finiranno, ancora una volta, col credere di essere solo loro i responsabili del disastro e, in attesa di tempi migliori, porgeranno il tergo al sovrano, per essere ancora una volta inc….puniti. 
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