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   C A R N E V A L E 

 

L’origine e la datazione del “carnevale” sono, per molti versi, tuttora incerti, così come non tutti concordano nel riconoscere che la sua denominazione derivi dal latino “carnem levare”.  Il Carnevale, da sempre, è inteso come “festa pagana” per eccellenza, pur se lo si ritrova annoverato fra le più attese ”ricorrenze” dell'anno, malgrado nessuno abbia mai osato proporne il definitivo e ufficiale inserimento nel calendario delle festività riconosciute. La diffusa ipocrisia e i falsi scrupoli della cosiddetta "società civile", a prescindere dall'ovvio diniego della saccente gerarchia ecclesiastica, non ha mai permesso che gli fosse accordato un simile riconoscimento.
In parecchie parti del Mondo, tuttavia, s’ è fatto presto a rimediare. 
Le variegate schiere di coloro che ritengono essenziale “onorare" il carnevale, si sono infoltite a dismisura e si è venuto a creare, tra i suoi accesi “fedeli”, un coinvolgente legame, frutto della smania festaiola ormai dilagante a tutti i livelli sociali, specie dopo che gran parte della stessa ha fatto del finto perbenismo e della inconcludente apparenza una dottrina di vita. I più fanatici, chiaramente, sarebbero ben lieti se il periodo carnevalesco si protraesse per tutto l’anno, ed è sempre più rilevante, infatti, il numero di chi ritiene indispensabile tuffarsi, almeno settimanalmente, nel vortice dei bagordi, convinti che ciò possa rappresentare il migliore rimedio ai diffusi turbamenti psicologici, al soggettivo stato di crisi interiore o all’incalzare della depressione, quasi fosse il salutare antidoto per ogni malessere.
Non sembra giusto, però, fare di tutta l’erba un fascio!
Sono ugualmente numerose le persone che non nutrono alcuna affezione o considerazione per il chiassoso carnevale, malgrado che, anno dopo anno, si faccia di tutto per renderlo sempre più appariscente, magari impreziosendone a dismisura gli sfarzosi scenari con cui lo si presenta. 

Nessuno vuole contestare il diritto al “divertimento”, considerato che chiunque è padronissimo di farsi travolgere, come e quando vuole, dalla frenesia festaiola, ma si dovrebbe avere, almeno, la decenza di non guardare di traverso chi non condivide un certo modo d’intendere talune ossessive forme di “distrazione”. 
Il discorso, ovviamente, riguarda particolarmente l’ambiente a noi vicino, con l’aggravante che, per realizzare le insulse coreografie delle costose “sfilate” annuali, nel nostro “Bel Paese” è ormai invalsa l’usanza di bussare a cassa presso le varie amministrazioni pubbliche per ottenere congrui “contributi”,  magari in virtù di palesi favoritismi e a fronte di più o meno consistenti pacchetti di voti elettorali. Sostanziose elargizioni che vanno ad assottigliare le già scarse risorse destinate alle occorrenze sociali, ai servizi pubblici, alla pulizia e al decoro cittadino, alla cura del territorio. Senza dire, poi, dei notevoli esborsi di denaro pubblico (autentici sciupii), destinati ad approntare fastose illuminazioni, spettacoli di basso livello, futili coreografie delle già insulse sceneggiate. Appare scorretto, in tal maniera, addossare ai contribuenti che della baldoria del carnevale non sanno proprio che farsene, una consistente parte del pesante costo dei chiassosi festeggiamenti. In altri momenti e in altre sedi, molti politici non si stancano d’affermare, con buona pace dei creduloni, che la buona amministrazione presuppone il controllo della spesa pubblica. Quando poi si passa dal dire al fare, il loro comportamento, purtroppo, è notevolmente diverso. Ciò dimostra quanto essi siano, in genere, menzogneri, ciarlatani e, talvolta, in mala fede. 
Al cittadino “non festaiolo” non può essere negato, in ogni caso, il diritto a pretendere che le risorse pubbliche non vengano distratte per sovvenzionare attività non connesse con l’interesse e con le basilari necessità della collettività. 
Tornando al discorso del carnevale,  e per meglio approfondire i concetti e le riflessioni prima esposti, appare utile e pertinente rifarsi ad uno scrittore del ‘700 il quale, prendendo lo spunto dal fastoso "Carnevale di Venezia", ebbe a dire, oltre due secoli addietro (ma è come se fosse oggi) che "….in quei giorni la gente è come impazzita, ….si muove a masse compatte fra calle e piazze, camuffandosi dietro variopinti e chiassosi costumi o dietro paurose maschere che spesso servono a coprire oscuri intrighi ". E, a mo’ di chiarimento, si prese cura di precisare che "la massa si lascia volentieri irretire dal carnevale, genuina celebrazione delle miserie morali della società".  Trattasi, chiaramente, di pesanti espressioni che possono anche sembrare l’enunciazione di un drastico giudizio, pur se soggettivo e non appieno condivisibile. Nessuno, però, può dissentire dal fatto che esse mettono a fuoco l’essenza dei “riti” carnevaleschi. E’ chiaro, infatti, che il periodo del carnevale rappresenta il contenitore di palesi ambiguità, di anomalie sociali, di deviazioni morali che, tenute circoscritte e represse per tutto l’anno, alla fine emergono in maniera eclatante e incontrollata, quasi pretendendo, oltretutto, la generalizzata e tacita acquiescenza di tutti. Per magnificare ad ogni costo il carnevale, atteso momento di follia collettiva, parecchi “soldini” vengono fuori, con incredibile prodigalità, dalle tasche di chi, quasi orgogliosamente, pratica i paganeggianti riti. Si assiste al fatto che gli obesi portafogli di taluni "novelli epuloni”, si schiudano con maggiore disinvoltura rispetto a quelli della gente comune che, pur tuttavia, non disdegna d’imitarli per inseguire, ciascuno a modo proprio, la chimera del divertimento carnascialesco. Vada per i saputi appartenenti alla medio alta "borghesia" o  agli antichi “casati” che da sempre hanno goduto di un maggiore benessere, ma è oltremodo sconfortante constatare, oggi, come parecchi dei "nuovi ricchi", venuti fuori, in maniera non sempre trasparente ed onesta, dalle paludi delle sofferenze e delle angustie belliche o dal "boom" dello sviluppo economico, siano convinti di potere facilmente mascherare la nebulosa provenienza delle loro recenti fortune con la spregiudicata ostentazione di un elevato tenore di vita. 
Parecchi fra i festaioli di turno, lasciandosi irretire dal carnevale, s'illudono di potere annullare, magari solo per qualche giorno o per qualche ora, disagi economici, angustie, sofferenze e insicurezze. L’occasione appare buona per lasciarsi andare, da "gente pazza che pretende di ragionare", a chiassose sarabande, a scherzi non sempre garbati, a insulse smargiassate, a sfrenate scorpacciate e bevute.  E non sono neppure pochi coloro che, magari infagottati in sfarzosi abiti e ostentando stereotipati sorrisi e disinvolti atteggiamenti, vanno ad accalcarsi nei vari locali approntati alla bisogna per consumare cene luculliane e, probabilmente, per scatenarsi, immersi nel frastuono, in convulsi e frenetici balli.
Continua ad esistere, di contro, l'altra faccia della medaglia. Una larga fascia di povera gente, per la semplice ragione d’essere costretta a vivere quasi in miseria, da emarginati, annaspando fra quotidiani disagi, privazioni e rinunzie, non è in grado di calcare le scene di alcun “carnevale”. Sono persone che hanno ben altro cui pensare e che mai, e poi mai, potrebbero permettersi il lusso di partecipare a festeggiamenti carnascialeschi, a sfilate o balli e, tanto meno, a dispendiosi banchetti.
A quanto sembra tutto trae origine dal fatto che nell’antica Roma, la classe dei privilegiati, non paga di condurre una decadente vita da crapuloni, aveva inventato, in onore di Bacco (l’oriundo Dionisio), dio del vino e nume tutelare di molti bagordi, i celebri "baccanali”, antesignani del carnevale. Gli arguti motti, “carpe diem” o "semel in anno, licet insanire…”, divenuti slogan giustificativi dei frequenti conviviali orgiastici, furono chiamati, poi, ad assurgere ad emblematiche icone della dissoluta vita castellana e di corte e sopravvissero, infine, all’oscurantismo bigotto del medio evo, ai roghi degli eretici, ai delitti dell’Inquisizione, sino a divenire, oggi, espressione delle multiformi celebrazioni carnevalesche. 
Nell’ambito della cosiddetta “società civile”, che poi tanto civile non è, è giusto rispettare il “diritto” alle manifestazioni festaiole e ricreative, alla stregua di qualsiasi altro fenomeno sociale, ma appare sconvolgente, di contro, l’atteggiamento di vasti strati della popolazione che, a fronte di un insano spirito emulativo e rinnegando fedi religiose o variegati principi morali, si lascia tanto facilmente attrarre dalla fatuità delle variopinte “carnevalate”. 
Come non ritenere a corto di senno, in definitiva, coloro che ritengono quasi doveroso porsi in competizione con chi “può più spendere", solo per non incappare in malevoli o beffardi “giudizi” di conoscenti o vicini di casa?  Si rendono conto, costoro, che con tutta probabilità, dovranno poi fronteggiare, da un carnevale all'altro, privazioni d’ogni tipo e natura, se non addirittura lo spettro di una opprimente povertà? 
E che dire ancora di chi a “carnevale”, anche se per il resto dell’anno è stato inflessibile critico e censore altrui, d'un tratto diviene permissivo, accondiscendente e di larghe vedute? 
Ben pochi, in definitiva, riflettono su quante preziose energie e ricchezze vengono bruciate nei falò del “puzzolente santone" che l’ambigua società ha reso talmente invitante e importante da farlo primeggiare fra le più ambite "feste" dell'anno. 
La celebrazione del carnevale, di regola, non dovrebbe protrarsi oltre l’ultimo martedì prima delle Ceneri, lasciando posto, per categorico dettame cristiano, alla “quaresima” e a quelle “penitenze” che, invece, sono parecchio disattese. Tale frontiera, manco a dirlo, non esiste più. E’ a tutti noto come parecchie ricorrenze infra annuali e, purtroppo, talune feste religiose che con l’interessata benedizione del clero mescolano “il sacro al profano”, divengono, non certo casualmente, occasione per dare corso a frenetiche chiassate di sapore carnevalesche per poi finire, spesso e volentieri, a “tarallucci e vino”. 
Sono poche, di contro, le persone che riescono  a valutare ancora il senso e la portata di un’esistente poco piacevole realtà sociale parallela, fatta d’angoscianti situazioni, di miserevoli condizioni di vita, d’umilianti realtà che affliggono i più poveri e che, oltre ogni misura, vengono pressoché ignorate. 
Mentre per le strade, nei ritrovi, nelle case dei benestanti, si pone in opera una  prodigalità erccessiva, in molte pseudo abitazioni dei quartieri “poveri” (i dimenticati "ghetti" di paesi, città e metropoli) regna spesso, quasi incontrastata, la più squallida indigenza. Gelide, sporche e disadorne mura fanno da cornice a maleodoranti ambienti ove magari dei bambini, tristi e smunti, attendono, con paziente rassegnazione, un tozzo di pane che serva a lenire la radicata fame e ove si è costretti a contendersi una coperta per riscaldare le membra rattrappite dal freddo e dall’inedia. In altri non meno tristi e desolati casolari, infermi e anziani, probabilmente, patiscono in silenzio ogni tipo di disagio e sono privi, talvolta, della pur minima confacente assistenza. Per valutare il citato incolmabile divario fra ricchi e poveri, esistono ancora altri riferimenti che dovrebbero turbare la coscienza d’ogni ben pensante e che mal s’addicono, ovviamente, con il clima festaiolo del carnevale. 
A chi non è mai accaduto d’assistere, ad esempio, al rientro in paese, all’imbrunire, di tanti umili e poveri contadini?   Procedono stanchi, incartapecoriti e taciturni, carichi di bisacce e fascine poiché, molto spesso, non dispongono di un asinello o di un mulo. Hanno faticosamente lavorato tutto il santo giorno e hanno percorso sconnesse e irte strade di campagna. Dal viso ossuto e dalla barba irsuta, traspare una sorta di velata e malinconica rassegnazione alla fatica d’ogni dì. E, tuttavia, sono ben contenti se sono riusciti a mettere assieme, si e no, quel poco di tenera verdura di campagna che, a sera, consentirà alle donne di casa d’approntare, sul fuoco di fumose fornacelle, una calda minestra. Al chiarore ombrato di un lume a petrolio o di qualche candela annerita, seduti attorno ad un traballante desco, consumeranno, alla fine della loro giornata, una misera cena, prima d’affidare le stanche membra al disiato duro giaciglio. L’alba di un nuovo giorno di lavoro presto giungerà, implacabile, ed è necessario, quindi, riacquistare energia e forza. 
Chi, in coscienza, può fare finta di non sapere che in taluni squallidi ambienti, uomini, donne, bambini, portano avanti la loro grama esistenza assembrati in un unico spazio, talvolta assieme agli animali che rappresentano il loro più prezioso patrimonio? 
Chi mai può pensare che costoro, autentici reietti della società, possano rivolgere un benevolo pensiero all’imperversante smania festaiola? 
Chi mai può immaginare che potrebbero essere contenti e appagati dall’assistere ad una “sfilata carnevalesca”, magari sotto un’ imperversante “pioggia di coriandoli”? 
La distratta "civiltà", pur se tanto decantata, non è stata capace di portare loro l’acqua corrente, l’elettricità, le fognature, non per altro ma solo per creare, in quegl’ambienti da cavernicoli, delle pur minime condizioni d’igiene. 
Solo la pioggia, quella battente, è loro amica, specie quando giunge copiosa e trascina a valle il lerciume delle strade, pulisce l'acciottolato sconnesso e purifica l’aria, oltre a divenire preziosa se riesce a riempire le cisterne o a colmare, in mancanza, i capienti catini posti fuori casa per raccoglierne la maggiore quantità possibile. 


Nessuno pretende di far cambiare opinione a coloro che s’inebriano nel promuovere e condividere le diffuse balordaggini delle feste di massa, ma è profondamente immorale lo sperpero che si determina attorno ad esse. In oltraggio ad ogni credo religioso o ad ogni spirito umanitario, il costoso "diritto” al divertimento, a prescindere dal diffuso andazzo dell’ormai adusa vita godereccia, serve solo a sperperare preziose risorse. E’ quantomeno sconcio ritenere che il partecipare a chiassose serate, magari indossando un "dominò”, una "maschera" o un costoso “abito da sera”, possa far sì che ci si senta socialmente realizzati. 
Tutto ciò non serve, in ogni caso, a sgomberare la coscienza dal rimorso d’avere offeso la povertà, magari innescando sentimenti di rancore e di odio di classe, oltre che tentazioni di ribellione. 

Ma, per inciso, v’è ancora qualcosa di più paradossale: appare inqualificabile il comportamento di taluni personaggi politici o sindacali (specie se dichiaratamente di “sinistra”), quando disinvoltamente si lasciano coinvolgere anch'essi dai "riti festaioli” entrando addirittura in competizione con i tanto invisi "reazionari” e “capitalisti”.  Salvo poi, passata la festa e “gabbatu ‘u santu”, a riprendere la farsa degli abusati e demagogici “discorsi”, magari inneggianti alla rivolta del “proletariato”, nella speranza che la massa dei diseredati possa ancora lasciarsi abbindolare con la promessa d’agognate “riforme” che dovrebbero sanare i gravi problemi dell’emarginazione sociale. Ogni occasione diviene buona per strumentalizzare la miseria, per urlare a squarciagola provocatori “slogan”, per intonare inni esaltanti il trionfo di “bandiere rosse” straniere, per chiedere di continuare a votare per loro. Ostentando vivaci e svolazzanti fazzolettoni rossi, cravatte rosse che troneggiano fra i risvolti di giacche e cappotti, berretti rossi che coprono chiome o calvizie, i sedicenti fautori della svolta rivoluzionaria finiscono col fare concorrenza, almeno in materia di vestimenti, agli “esecrati porporati” di Sacra Romana Chiesa. 

E’ numerosa, peraltro, la schiera degli esaltati che nutrono la speranza di vedere i luoghi pubblici costellati da una miriade di “stelle rosse" o da sventolanti drappeggi rossi, magari posti su alti pennoni issati sulle piazze che, per l’occasione, vorrebbero fossero tutte ribattezzate “piazze rosse”.
Chissà se hanno anche pensato a “pianificare” un eventuale “carnevale rosso”!
Forse, senza volere, siamo finiti fuori tema; siamo scivolati lungo il pendio del più antico e insanabile dramma dell'uomo: il diuturno scontro fra ricchezza e povertà. 
Pur sapendo che a carnevale "ogni scherzo vale", chiediamo venia agli amici benpensanti e a chi si ostina, cocciutamente, ad operare scelte sbagliate. 


A. Lucchese



    Tratto e rielaborato da un vecchio manoscritto "Enna - carnevale 1946"

a suo tempo redatto per il periodico della Associazione “G.Borsi”,

“LA FIACCOLA”










 

 

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