L’ACQUA, COME UN
MONUMENTO,
E’ PATRIMONIO DELL’UMANITA’?
(di
Maria Luisa Vanacore)
Sembra
un paradosso, ma ritenere l’acqua un patrimonio
dell’umanità non è una frase d’effetto come sembra, è
semplicemente la necessità scaturita da una carenza mondiale.
Partendo dalla certezza che l’acqua non è un bene
inesauribile, considerare il problema nella sua reale entità,
significa prenderne coscienza e non sottovalutarlo nella
convinzione che è una questione comunitaria della quale i
responsabili diretti siamo anche noi singoli cittadini.
L’informazione è necessaria perché la popolazione venga
sensibilizzata e si intervenga, tentando di “salvare il
salvabile”, prima che il problema sfugga al nostro
controllo. Per utilizzare, stavolta, proprio una frase
d’effetto: dobbiamo agire prima che accada l’irreparabile,
prima che sarà l’ultima goccia a far traboccare il vaso.
Quando il vaso sarà pronto a traboccare, ci saranno Paesi che
avranno già pronta la soluzione che varrà non poco in
termini di spese per quei popoli che accuseranno penuria
d’acqua. Il problema diverrà del singolo e, quello che
avrebbe potuto essere un mal comune, diventerà un male oscuro
come il cancro.
Secondo
i dati rilevati dalla FAO, il problema della carenza d’acqua
potabile sarà comune a quasi un terzo dell’umanità. Anche
se più del 70% della superficie terrestre è ricoperta
d’acqua, il 97% è costituito di acqua salata, per cui la
FAO lancia l’allarme che intorno al 2050 quasi un terzo del
mondo non godrà di acqua potabile, destinata a divenire così
più preziosa del petrolio. Tra circa 40 anni saranno 3
miliardi di persone a soffrire la sete a fronte dell’attuale
miliardo e mezzo.
Popoli
come gli inglesi ed i russi si stanno preparando ad esportare
il proprio potenziale d’acqua, capace di dissetare interi
pianeti, si tratterebbe di un affare che potrà aggirarsi
intorno agli 800 miliardi di dollari l’anno.
Urge
attivare una campagna di risparmio, entrando nel meccanismo
ecologico di salvaguardia del bene comune. La sfida ha già
preso avvio a Londra con una campagna, iniziata nei locali
pubblici, che incentiva l’uso di acqua non imbottigliata, il
minor consumo di acqua minerale consentirebbe, altresì, di
ridurre le emissioni di CO2 prodotte per
imbottigliare e distribuire l’acqua con il merito di
combattere il cambiamento climatico.
Ovviamente non tutti gli
acquedotti sono nello stato adeguato di salute, dato che molti
sprecano fino al 50% d’acqua; per non parlare degli sprechi
in casa, dove rubinetti gocciolanti perdono fino a 2000 litri
d’acqua l’anno, cifre da capogiro, considerata l’ingente
e gravosa problematica se moltiplichiamo le perdite per
milioni di rubinetti. Esistono anche gli sprechi sottesi: la
costruzione di una macchina costa circa 80mila litri
d’acqua, le fasi di lavorazione di una bistecca ne costano
1000 ed un chilo di carta 40.
L’Italia
come sempre detiene un triste primato, essendo prima al mondo
per consumi d’acqua e terza con 1200 metri cubi di consumo
pro capite l’anno. Il nostro eccesso di zelo nel primato di
perfetti igienisti, ci fa passare per emeriti spreconi che, di
questo passo, abbasseranno l’attuale disponibilità annua di
acqua dolce da 2700 metri cubi a 2000 metri cubi pro capite.

Il problema sarà di entità notevole perché subiremo, di
contro, un aumento dell’acqua salata.
Il
problema dell’acqua s’innesta in quella problematica più
vasta, denominata desertificazione, che è la degradazione
della Terra in aree aride e semiaride per fattori di
variazioni climatiche e di attività umane. In Italia è già
in atto il processo di desertificazione nel 5,5% del
territorio nazionale e le regioni interessate sono: Sicilia,
Puglia, Sardegna, Calabria e Basilicata. Maggiormente colpita
è la Sicilia con un totale del 36,6% del proprio territorio
che interessa 5
province: Siracusa, Enna, Ragusa, Trapani e Agrigento. In
sintesi il 47% della Sicilia, con zone aride, semi-aride e
sub-umide secche, è a rischio di trasformazione delle proprie
aree in vere e proprie zone degradate.
I dati sono anche
preoccupanti per Siracusa, sebbene il nome derivi dal siculo Syraka, che vuol dire “abbondanza d’acqua”, per la
presenza di molti fiumi
e zone paludose, paradossalmente segnala un’alta percentuale
di rischio. Bisogna attenzionare il problema a livello
socio-economico affinché l’emergenza non divenga occasione
per le Amministrazioni
locali per effettuare nuovi investimenti nel settore ed
innalzare più alte quote di profitto e di rendita per nuovi
macchinari e nuove tecnologie di estrazione e depurazione.
Questo sistema fa crescere la dipendenza delle popolazioni dai
ricercatori e speculatori con il rischio che già si avverte
in alcune province siciliane di un sistema capitalistico che
trascina fasce sempre più vaste nell’emergenza idrica come
condizione normale.
Un buon sistema di controllo della risorsa
idrica, dovrebbe favorire una gestione pubblica
con una politica integrata di governo dell’acqua,
gestita collettivamente da Stato ed Enti locali.
Bisognerebbe
promuovere campagne a favore della riduzione consapevole dei
consumi idrici, evitando gli sprechi devastanti, si attuerebbe
un abbassamento pari al 40%. La problematica idrica non può
divenire uno strumento politico di esclusione, ma dovrebbe
favorire l’uguaglianza tra i popoli, creando un servizio
pubblico mondiale di accesso all’acqua per tutti.
L’emergenza
idrica può avere un effetto sistemico e divenire più
pericolosa dello stesso effetto serra e della desertificazione
che bruciano le prospettive del nostro futuro come fanno,
spesso, gli economisti o le classi politiche, investendo
malamente il denaro pubblico.
Maria
Luisa VANACORE |