* Home

* Scrivi

“ACI, … A TERRA DA PACI”



Era un radioso mattino di primavera quello in cui per la prima volta , viaggiando da Messina a Siracusa, vidi scenari che mente umana può soltanto scorgere negli splendori della propria immaginazione.

L’occhio vagava tra il lento degradare delle colline ammantate di un verde cupo, che verso l’estremità del paesaggio, da destra a manca, si avventurava nella trasfigurazione azzurrina di un mare ospitale, antico quanto le stagioni umane che lo solcarono fin dalle remote età pre–elleniche. 
Chi stava al mio fianco raccontava, con voce pacata, le storie di quella terra ove, tra boschi e lave, l’umana sete apriva la propria bocca alla ricerca di un rifugio o di una dimora che fosse albergo sicuro alle proprie necessità di ricetto. Si procedeva zigzagando per interminabili viuzze e stradine , protette da accigliate finestrelle, o agghindate di maestosi balconi, aperti sull’immensa vastità azzurrina che corteggia i borghi di Galati e di Pistunina, di Scaletta e di Nizza, di Roccalumera e di Santa Teresa, di Letoianni e di Taormina.
La sosta per un bollente caffè, sorseggiato in una “dolceria” colorata di domestica accoglienza, ci porta ad ACI REALE, una città le cui origini si perdono nella notte dei tempi, ma che insigni studiosi fanno risalire al dolce ACI, l’ingenuo pastorello che, perdutamente innamorato della sinuosa GALATEA, fu ucciso dal monocoluto POLIFEMO e trasformato in un fiumiciattolo che, ora lento ora rapido, scorre lungo i versanti della “Montagna” per tuffarsi tra le braccia dell’adorata Nereide, nel cui seno egli, da allora, versa ogni stilla di vita.
Ma chi volge lo sguardo alla sua destra rimane avvinto dal superbo triangolo fumante dell’Etna, il “Gigante Buono” che, condannato dagli Dei chissà per quale misfatto a starsene attanagliato accanto alle dimore dei mortali, ora adirata sputa fuoco e fiamme contro il nemico cielo, ora invece bagna di nere lacrime il suo funereo manto: sempre mirabile però, sia quando le tenebre notturne rosseggiano dei suoi purpurei bagliori, sia quando maestoso nel regale ammanto siede al centro della cupola celeste , corteggiato sempre da uno stuolo di devoti visitatori.
Ai suoi piedi, ACIREALE, splendida città, dai cui balconi affacciati sul mare puoi con un solo colpo d’occhio stringere in un unico abbraccio tutto il litorale che dalla Città Zanclea guarda ammirato gli Appennini Calabresi per poi rifugiarsi nel Golfo Etneo; e, in certi giorni di stupenda chiaria, puoi perfino scorgere, oltre l’Isola di Megara – Augusta, il Capo di Santa Panagia. Ma poi torni qui ad Acireale, l’antica e dolce Acireale.
Il poggio sul quale è ubicata la città è composto di sette colate laviche che, andando verso est, finiscono in una scogliera alta più di cento metri. La parte esterna del promontorio è talmente ripida che dai balconi e dalle sue terrazze puoi intravedere la voragine che si apre ai tuoi piedi, e sui cui dirupi erbe e piante a stento hanno trovato una poco comoda dimora.
Un amico, che, sorpreso dalle mie curiosità, da tempo cercava di convincermi a scendere lungo il sentiero chiamato “Grande Scala”, ma comunemente inteso come “SCALAZZA”, qualche tempo dopo mi indusse ad avventurarmi in quella parte del golfo da cui è possibile osservare a proprio bell’agio i dorsi dei dirupi e la massa compatta dei depositi di lava sospesi miracolosamente sui crinali della parete.
E li egli mostrò, a me stupefatto, le cosiddette “Marmitte dei Giganti”, che altro non sono se non delle concavità rese tali dal continuo sfregamento dei sassi colà scagliati dalle onde.

Mi raccontò, poi, che, tra le frane e i dirupi di quella tagliente roccia, arditi esploratori, calandosi a mani nude per una scogliera perpendicolare, vanno a visitare una caverna, la quale coi suoi rantoli e coi suoi singhiozzi va narrando a una calca di irregolari colonne basaltiche, alcune ritte all’ascolto, altre piegate, la storia dei CICLOPI che qui abitavano quando la loro sacralità fu violata dall’astuto Ulisse, l’errabondo. Entrò in quella grotta a cercare rifugio, e poté sfuggire solo con l’inganno alla collera di POLIREMO che accortosi tardi della buscherata, vi lanciò contro alcuni macigni che ancora oggi, ad ACITREZZA, fanno bella mostra di se.

Si chiamano “I FARAGLIONI”, e sono ormeggiati a qualche centinaio di metri dalla riva. Il più grande di questi obelischi è alto circa 60 metri ed è corteggiato da un altro isolotto che, altero e pettoruto, gli fa da sentinella.
Intanto questa terra non cessa mai di tremare all’ululato ringhioso del gigante che, svegliandosi dal suo lungo torpore, prima minaccia, poi schiaccia e divora le bestie umane che gli hanno sottratto i suoi possedimenti. In quelle contrade, allora, si assiste ad una fuga frenetica di uomini, donne e bambini che cercano scampo; ma poi, come sempre, succede la calma, e tutto ritorna com’era prima e come da secoli e secoli è sempre stato.
Il fiume ACI, adorato dalle ninfe, continua a scorrere tra i dirupi e le fresche verzure; gli aranci ed i cedri arricchiscono l’aria del loro profumo di zagare, mentre gli olivi innalzano al cielo la loro corona di pace. Così si presenta al suo visitatore la “REGALE” ACI.

17/06/2003 

Gianni Giuffrè

Ass. Socio-Cult. «ETHOS - VIAGRANDE»  Via Lavina, 368 – 95025 Aci Sant’Antonio
Presidente Augusto Lucchese
Tel. - Fax: 095-790.11.80 - Cell.: 340-251.39.36 - e-mail: augustolucchese@virgilio.it