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       C’è da vergognarsi ad essere siciliani ?
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                            Finti patrioti siciliani alla ribalta. Disagiati mentali in pista. 
                                  Mediocri d’ogni razza e provenienza allo sbaraglio.
                          Carrieristi, speculatori e opportunisti in corsa per la rivincita.
                            Minacciosi e pullulanti “grillini” (o locustiani?) all’attacco. 
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Dopo l’impatto con il recente uragano elettorale e constatati i deleteri sconvolgimenti politici che esso ha provocato, all’infelice Isola di Trinacria non rimane che prendere atto di tutta una serie di tristi primati, ….. non certo da “guinness”. Innanzi tutto quello dell’insorgente apolidia di massa che porta i siciliani a rinunciare alle proprie origini storiche e culturali, quando non proprio a rinnegarle, oltre che a trascurare la non più differibile esigenza di affrontare le note e gravi disfunzioni sociali e strutturali, istituzionali e politiche. 
Poi quello di una palese forma di incoerenza maggioritaria che, con inverosimile nonchalance, ha fatto emergere, da un mese all’altro, risultati elettorali di segno opposto alla pur strana (PD + UDC) e parziale (48% di affluenza alle urne) consultazione regionale del novembre 2012. Risultati che hanno dimostrato, prendendo in esame l’espressione di voto di una larga fascia di votanti, l’assoluta mancanza di concreti ideali di sicilianità oltre che una palese immaturità e impreparazione politica. Di fatto, s’è riconsegnata la Sicilia a vecchi schieramenti politici nazionali di provata inaffidabilità o ai nuovi arrivati (anch’essi di origine nordista) di incerta e precaria consistenza programmatica, contribuendo pesantemente a determinare la paventata ingovernabilità della Nazione. Ingovernabilità che certamente peserà, ulteriormente e negativamente, sul già debilitato quadro clinico della sofferente Sicilia considerato che, peraltro, la funzione dei naturali anticorpi (Ente Regione ed Enti Locali) è pressoché ininfluente. Il crollo elettorale dell’unico schieramento apparentemente siciliano (ma sostanzialmente legato alla coalizione berlusconiana che lo ha irretito e fagocitato) sta a dimostrare quanto sia stato deludente, deleterio e ingannevole l’operato dei quadri che lo hanno rappresentato negli anni trascorsi e, in primis, del suo ben noto e indiscusso “capo massimo”. 
Un altro inconfutabile aspetto dell’inarrestabile deterioramento del quadro d’insieme, è quello della diffusa incapacità a rendersi conto dell’evidente diversificazione delle problematiche isolane rispetto a quelle di altre regioni, anche alla luce dell’improvvida e fallimentare gestione della cosiddetta “autonomia” che autonomia non è visto che gli indirizzi elettorali e politici siciliani vengono assunti (o concordati sotto banco) in combutta con l’apparato partitico centrale che risiede a Roma e, vedi caso, ha dimostrato da sempre di remare contro le sacrosante rivendicazioni della Sicilia. Sarebbe più confacente, quindi, parlare di una vera e propria inqualificabile “subordinazione”, più o meno contestata ma supinamente accettata. 
Per meglio evidenziare, ancora, il mosaico dei fattori negativi che in genere muovono la coscienza e i comportamenti della “società civile” isolana, non si può prescindere dal fare riferimento ad alcuni altri eclatanti “primati”. 
Essi vanno dalla propensione all’immediata e incontrollata fiducia a vecchi e nuovi capi bastone d’oltre Stretto (qualcuno addirittura giunto a nuoto) alla diffusa tendenza a lasciarsi abbindolare dagli slogan, dalle grossolane pur se attraenti promesse, dalla messa in bella mostra d’improvvisate nuove proposte politiche. Senza dire della più o meno giustificabile passione protestataria di gruppi e movimenti, nati dalla pur encomiabile inventiva di circoscritte categorie di operatori economici isolani, che dimostrano tuttavia di non avere compreso, in quanto essenzialmente legati a finalità settoriali, la necessità di puntare, costruttivamente, su condivisibili ideali sicilianisti. 
Il tutto concorre ad accrescere a dismisura l’imperante confusione di idee che, dritto dritto, porta al nefasto frazionamento della potenziale forza elettorale. S’è assistito e si continua ad assistere, a tal proposito, alla nascita di una miriade di piccoli e dispersivi corpuscoli, oltretutto l’un contro l’altro armati, quasi sempre destinati ad una prematura fine o, nel migliore dei casi, ad una asfittica esistenza. Non va dimenticato, fra l’altro, che una larga fascia del tessuto sociale isolano è incline ad una incorreggibile predisposizione all’individualismo esasperato, all’indolenza culturale e formativa, alla mancanza di spirito associativo e cooperativo, al pressappochismo organizzativo e produttivo della vita collettiva. 
Ove, infine, a tutto ciò s’aggiunga l’operato di una consistente massa di persone che, buttando alle ortiche i tradizionali valori di lealtà, correttezza e onestà, fa della furbizia e del malcostume quasi una regola di vita, il quadro complessivo diviene scoraggiante e preoccupante. Si tratta di un patogeno fenomeno che, purtroppo, s’espande sempre più nell’ambito di po’ tutti gli strati sociali, sino a diffondersi, salvo le debite eccezioni che confermano la regola, anche nell’ambito delle classi borghesi-benestanti fra le quali non si possono non includere le affollate “caste” professionali in cui hanno posizioni di rilievo personaggi d’alto lignaggio e d’eccelse doti di correttezza assieme ad altri parecchio discussi, ambigui e provatamente poco sicilianisti. 
A fronte di un tale complesso e inquietante scenario isolano non esiste una forza trainante imprenditoriale e politica locale che abbia le idee chiare e sia dotata, oltre che di sicuri ideali sicilianisti, d’intrinseche capacità. 
Non sembra comparire all’orizzonte una classe dirigente che abbia la volontà e lo spirito civico di mettere da parte talune soggettive convinzioni dettate dall’egoismo, dalla smania di prevaricare il prossimo, dalla sete di potere personale, dall’ingordigia dell’arricchimento, specie se illecito. Men che meno, ormai da parecchi decenni, s’è affacciato sulla scena politica dell’Isola, un qualche coraggioso e temprato personaggio in grado d’assumere, magari prendendo le mosse da una qualsivoglia nuova formazione politica fondata su autentici e non strumentali valori sicilianisti, la veste di capo carismatico dei siciliani degni di tale appellativo. 
Occorrerebbe far comprendere al popolo siciliano (particolarmente alla base popolare), mediante una radicata e incisiva azione culturale veramente rivoluzionaria e coinvolgente, che è assurdo, pericoloso e autolesionistico continuare ad essere politicamente legati e sottomessi al potere dei partiti di stampo centralista, tutti inclusi e nessuno escluso. Il riferimento vale anche per quei raggruppamenti sorti in Sicilia che, in varie fasi e in tempi diversi, si sono aggregati, per spregevole tornacontismo, ai saputi potentati di Palazzo Grazioli o di Via dell’Umiltà che dir si voglia (PDL), di Via S. Andrea delle Fratte (PD) o di quelli che fanno capo all’improvvisato e indefinibile “leader” Monti, allo stantio Casini, all’esagitato tribuno Grillo, all’incongruo duo Di Pietro-Ingroia, e chi più ne ha più ne metta. 
E’ ben facile constatare, oltretutto, che Sala d’Ercole, con i suoi 90 inquilini di mezza tacca, non sembra essere quel polmone che dovrebbe dare ossigeno all’apparato vitale della Sicilia (forse non lo è mai stato) ma, viceversa, sembra essere divenuta uno sfarzoso “saloon” per ciniche congreghe di discutibile valore etico o un incline punto d’incontro per bucanieri d’arrembaggio. 
La cronistoria di oltre un sessantennio di storia autonomistica della Sicilia, porta a pensare che dietro la facciata formale e burocratica di un importante organo politco-istituzionale s’e sviluppato, di massima, un ambiente in cui prolifera quella mala politica che, in verità, non è appannaggio di un solo specifico settore ma discende da tutti gli schieramenti partitici, di centro, di destra o di sinistra. Si ventila in giro (vox populi) che esistono vere e proprie nomenclature essenzialmente volte a soddisfare, in maggiore o minore misura, interessi personali e di gruppo e a canalizzare il mercimonio negli appalti e nella erogazione di servizi, ricavandone tangenti, regalie e bustarelle varie. E chi può affermare in coscienza di non essersi mai imbattuto in variegate forme di clientelismo e di favoritismo (un surrogato del “voto di scambio”), di sfacciato nepotismo, di corruzione, di abuso di potere? 
Senza dire dell’utilizzo improprio di consistenti risorse, finanziarie e non, di natura pubblica, di beni, servizi e strutture degli Enti locali e regionali, nell’ambito dei quali, peraltro, non esiste alcuna seria propensione al controllo e al contenimento delle spese. E’ un dato di fatto, in merito, che i bilanci degli stessi, chi più e chi meno, si colorano sempre più di rosso cupo non per fattori imponderabili o solo in relazione agli oneri per i dovuti servizi di natura sociale. Nella maggioranza dei casi la bancarotta (o “default”, per usare un termine esterofilo un po’ più soft) è quasi costantemente dietro l’angolo stante la cattiva gestione portata avanti da malfidati amministratori che, in molti casi, hanno scambiato la cosa pubblica per un feudo privato. I macroscopici disavanzi sono più che altro determinati da tutta una serie d’irrazionali e pesanti oneri che spaziano dai variegati notevoli sciupii di facciata e di natura elettoralistica ai notevolissimi costi per il personale i cui organici (spesso in esubero per via di facili assunzioni di dubbia origine o di natura clientelare) sono di gran lunga superiori alle effettive occorrenze, specie ove si tenga conto di quella larga fascia di dipendenti sotto utilizzati o di coloro che non assolvono coscienziosamente e produttivamente il proprio compito. 
In definitiva, sono troppe le cose che non funzionano in Sicilia, sia per la negativa e inqualificabile gestione dell’Ente Regione nei decenni trascorsi (fra cui non va dimenticato, senza fare nomi, l’ultimo quinquennio), sia per l’ingiustificabile e deleteria disattenzione della classe politica di livello nazionale (ivi compresa gran parte delle incongruenti centurie di deputati e senatori eletti in Sicilia o, per meglio dire, arbitrariamente nominati) verso le gravi problematiche sociali, strutturali e produttive-occupazionali dell’Isola.
Tuttavia, non si può continuare a piangersi addosso invocando un miracolo che non può arrivare, implorando l’aiuto di chi fa finta di non capire (apparato istituzionale nazionale), elemosinando la restituzione (seppure parziale) delle risorse finanziarie ed economiche estorte alla Sicilia con sistemi che talvolta nulla hanno da invidiare a quelli in uso nei turpi meandri mafiosi. E non va sottaciuto o dimenticato che tali risorse sono state impropriamente utilizzate, notoriamente quanto sfacciatamente, per alimentare il mostro a sette teste del sistema burocratico-istituzionale-politico di stampo partitico, settoriale e lobbistico. Quello stesso insano sistema che ha creato e seguita a creare un debito pubblico stratosferico (da qualche mese pervenuto oltre la soglia dei 2000 miliardi di euro) ed ha quasi azzerato la potenzialità produttiva (e quindi fiscale) della Nazione Italia, mettendo financo a rischio la possibilità di una adeguata ripresa. 
Considerando il quadro complessivo della situazione affatto tranquillizzante in cui oggi versa la martoriata Sicilia, nell’ambito della ormai famosa Italia a due velocità, è più che giustificabile la tentazione d’affermare che, così stando le cose, c’è molto da vergognarsi nel vedersi apparentati con quella certa parte della società isolana che, per ignavia, per incuria, per sopravvenuta dedizione ai canoni dell’approfittamento malavitoso, o per altri fini poco trasparenti ed etici, ha abiurato all’amore per la propria terra ed ha rinunziato a considerarsi discendenti delle antiche culture e civiltà che hanno onorato, nei secoli, l’Isola di Trinacria. 
Si corre il rischio, in sostanza, di dovere definitivamente rinunciare alla tanto ambita identità siciliana.

28 febbraio 2013 Luau

                         

 

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