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Il presente testo è integralmente tratto dal periodico culturale ennese "IL CAMPANILE" (www.ilcampanile-enna.com), egregiamente redatto da Rino Spampinato e Federico Emma con la validissima collaborazione di  Elena Pirrera, Annalisa Pitta ed altri.

Il citato periodico, a nostro modesto avviso, è unico nel suo genere sia per la particolare veste cartacea che per gli argomenti storici, culturali e sociali ampiamente trattati che, palesemente, sono frutto di attente ricerche e di appassionati studi.

Abbiamo recentemente avuto il piacere di stabilire un cordiale rapporto con i responsabili del periodico e ci auguriamo di poterlo sviluppare fattivamente nel breve tempo, formulando, frattanto il migliori auguri per il futuro.   

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Anche ad Enna è successo “ il ’48 ”
Dalla rivoluzione del 1848 all’unità dell’Italia. Il contributo della città all’insurrezione. 



Il 12 gennaio 1848, a Palermo, con le 15 gloriose giornate, viene scritta la prima pagina del risorgimento italiano. 
                        
Fu con questo proclama che i rivoluzionari della nostra Sicilia preannunciarono la rivolta fissando luogo e data ed emettendo un manifesto fatto circolare tra la gente di Sicilia. Un proclama storico che diede inizio alle ostilità. 
Sia nelle città che nelle campagne, sotto Ferdinando II, regnava assoluto il malcontento delle classi borghesi così come dei ceti più bassi. 
Le organizzazioni carbonare erano largamente diffuse in tutto il territorio e, al di là de-gli orientamenti specifici, tanto i gruppi liberali (che auspicavano lo stato monarchico d’Italia in nome dei Savoia) che i democratici/repubblicani per una Sicilia che fosse uno Stato libero e indipendente federato nell’Italia Unita e repubblicana, guidati dal messinese Pasquale Calvi preparavano la rivolta con un unico comune intento prelimi-nare: rovesciare i Borboni. 
La Sicilia era una polveriera che da un momen-to all’altro doveva esplodere contro il Re Ferdinando, in tutte le città dell’isola si formarono i comitati rivoluzionari che sin dal 1847 preparavano la sommossa popolare. Vi fecero parte liberali di tutte le tendenze, repubblicani, democratici e nobili della bor-ghesia ormai esausti per lo strapotere dello stato poliziesco napoletano. I motivi che convinsero ogni ceto del popolo siciliano stavano tutti nella differenza tra Sicilia e Calabria nei confronti delle restanti regioni dello Stato napoletano. 
Un divario non indifferente divideva la Sicilia dal resto del Regno e già sin da allora la questione meridionale nel Sud d’Europa era un problema tutto da affrontare e da risolvere. Uomini come Crispi, Ruggiero Settimo, La Farina, La Masa, Pasquale Calvi, Tommaso Masaracchio e tanti altri patrioti si-ciliani per anni dibatterono la problematica della Sicilia rimasta ai margini del regno Borbonico. Un dibattito estenuante che metteva in pericolo l’unità dei circoli rivoluzionari, ma che davanti al bisogno estremo di sconfiggere la tirannia borbonica alla fine cessò e si trovò l’accordo. 
Il 12 gennaio 1848 lo storico proclama diede avvio alle ostilità, la Sicilia intera si preparò alla rivolta e, dopo accesi comizi nelle piazze, ci furono le prime scaramucce a Palermo. 
La polizia affrontò i rivoltosi che via via divennero più numerosi e armati con ogni mezzo. In ogni angolo della città le barricate impedivano l’avanzata Borbonica. Parlarono ai rivoltosi La Masa, Rosolino Pilo, Crispi, Ruggiero Settimo e Tommaso Masaracchio i quali arringavano i loro discorsi contro lo Sta-to napoletano. Dopo un caloroso appello e un discorso tra la gente in rivolta in piazza alla Fiera Vecchia (quartiere Vucceria) partirono le fucilate e iniziarono le gloriose giornate di Palermo del risorgimento. Furono 15 giorni di accanite battaglie nelle strade e nelle piazze. Alla notizia dei moti di Palermo si mossero altre città dell’Isola (Salemi, Messina e nelle altri centri della Sicilia). Il 27 gennaio, a Napoli, un imponente sommossa popolare costrinse il Re a concedere la costituzione. Fu la prima vera rivolta del risorgimento e non solo in Italia ma in Europa. Dopo si ribellarono Milano, Venezia, e le Regioni del Centro Nord Italiano. Nel marzo 1848, in una storica seduta del Parlamento Siciliano, fu pronunciato il discorso che sanciva la caduta del re di Napoli e la Sicilia fu proclamata Stato Indipendente, senza Re e senza controlli da altri Stati.
Successivamente, nel 1849, la Sicilia fu nuovamente occupata dai Borboni e gli Eroi siciliani furono condannati all’esilio. Tramontò per sempre il sogno di una Sicilia libera, repubblicana federata tra gli Stati uniti d’Europa. Questo era il sogno dei democratici capeggiati dal messinese Pasquale Calvi, che fu considerato il teorico di una società di uomini liberi ed uguali. Calvi e i democratici repubblicani del 1848 dichiaravano che qualsiasi riforma in un Stato libero e indipendente sarebbe stata vana in una società priva di una sana socializzazione della terra e dei mezzi di produzione. Le tesi dei democratici contrastavano con quelle dei mazziniani, dei liberali e dei monarchici. 
Fu così che il dibattito accesso e appassionato si prolungò per diversi anni anche in esilio, a Malta, in cui si rifugiarono i capi della rivolta del 1848, fino alla vigilia dello sbarco di Garibaldi a Marsala nel 1860. 


Annalisa Pitta 


25 Gennaio 1848
Riapre il “Casino di compagnia” luogo di incontro di Massoni e Carbonari

Castrogiovanni non conosce freni, non soffre catene, spazia liberamente nel suo vasto orizzonte: chi la definì rocca della libertà, cittadella della democrazia, disse un concetto eminentemente storico e non fece una barzelletta retorica. 
Se io dico che quei di Castrogiovanni sono quasi tutti liberali, credimi, non do luogo a dubitare del mio detto. 
Se tutta Castrogiovanni è una loggia in linguaggio frammassone, una baracca in termine preso a prestito dai Carbonari, un club in termini repubblicani, figurati che cosa possa essere un “Casino di compagnia”, che raccoglie il fior fiore dei cittadini, gli scavezzacolli della classe elevata, le menti esaltate e pazze, al dire dei parrucconi, gli atei e gli eretici, secondo i picchiapetti, e chi ne ha più ne metta. Un simile luogo di convegno doveva dare negli occhi agli agenti della polizia borbonica, i quali scioccamente pensavano ad apporgli il veto, quasi che questo valesse a smorzare la libertà del pensiero e a far tacere i battiti del cuore.” Il “Casinò di compagnia” riapre la sera del 25 gennaio. Con avidità e con gioia vi si leggono i proclami, gli appelli, gl'indirizzi del Comitato rivoluzionario di Palermo, ricevuti per mezzo della vettura postale, che dopo il 12 gennaio percorre la prima volta l'interno dell'isola e, adorna del tricolore vessillo, dà ai popoli mediterranei la buona novella. Quel casinò si converte in una fucina, in una palestra, in una gara di nobili e santi propositi. E non può essere altrimenti in una terra, della quale ogni zolla ricorda una gloria e l'aria è pregna di ardimenti e di vibrazioni di libertà e d'indipendenza. Freme la gioventù e già l'agitazione, impaziente di remora e di freni, ne invade l'animo e il corpo. 

26 gennaio 1848,
L’insurrezione a Castrogiovanni

Castrogiovanni non può non rispondere all'appello che Palermo, il 25 gennaio, per mezzo di Ruggiero Settimo, Presidente del Comitato generale, dirige ai fratelli di Sicilia. Palermo che, dal 12 gennaio, ha intrapreso la pia gloriosa rivoluzione. 
Questo popolo coraggioso e magnanimo vi ha dato l'esempio, per primo, che si combatte e si muore per la causa comune di tutta l'isola. Noi siam certi che un'eco fraterna e non meno generosa risponderà unanime alla nostra voce da ogni punto della Sicilia. 
È il 26 gennaio e, quasi per incanto, le pubbliche piazze e le vie, che vi s'immettono, son gremite di popolo raggiante di tripudio. 
Il vessillo tricolore sventola fra le generali e festose acclamazioni alla Sicilia, a Palermo, a Pio IX e alla libertà e, a suon di concerti armoniosi della musica cittadina, vien condotto da un punto all'altro della città per indi inalberarsi superbo sull'edificio del palazzo comunale. 
Son anima e vita di quel movimento Angelo Varisano e Luigi Colajanni. 


Enna ai tempi del ‘48
Diario di una insurrezione.
Bandiera siciliana del 1848.
Angelo Varisano.

Il Varisano, uomo di cuore, carattere inflessibile, odia la tirannide, sospira la repubblica, freme di libertà. Il popolo lo ama e lo teme: lo ama, perché lo trova ne' suoi bisogni e nelle sue angustie; lo teme, perché non tollera prepotenze e non conosce pericoli di vita. Comandante della Guardia nazionale tiene in freno i perversi e desto lo spirito pubblico a prò della causa siciliana. Quando la patria è in pericolo rinunzia gli agi signorili e, posto a capo della Guardia nazionale mobile del distretto di Piazza, va incontro al nemico, non curando gli scomodi della vita militare. Il suo palazzo è convertito in quartiere generale specie quando caduta Catania i patrioti reduci dal campo si concentrano in Castrogiovanni. Al 1852, al 1854 e al 1857 soffrì la prigionia, ma la sua fede politica non tentenna, non piega, o mai sempre tetragona di fronte al furiar della tempesta. La campana della Gancia al 1860 chiama alla riscossa il popolo siciliano e il fiero barone eccolo con in mano la bandiera del 1848 che seppe sottrarre alle ricerche della polizia borbonica. Presiede il Comitato locale di salute e, durante la dittatura, governa il distretto di Piazza, vivendo del proprio. Fu onorato dell'amicizia di Giuseppe Garibaldi. Morì il 10 novembre 1879 di anni settantadue. 


Luigi Colajanni


Fa il paio con Varisano quanto a convinzioni politiche: il suo ideale è la repubblica. Ha ingegno ed ha studi, tira diritto senza guardare a destra e a sinistra, non ammette mezzi termini, la disonestà gli fa saltar la mosca sul naso, la ingiustizia ne eccita l'umore acre, preso un partito vi si attacca e non c'è Cristo che ne lo possano distaccare. Fu l'anima del Comitato di difesa e di sicurezza pubblica con la veste di Segretario. Cooperò col Varisano a costituire la Guardia nazionale, fu capitano della terza compagnia e fece parte della deputazione, che a nome di Castrogiovanni si trasferì in Palermo a far adesione al Comitato Generale nella tremenda ed eroica lotta impegnata contro la tirannide borbonica. Sorte delle divergenze tra il Varisano e il Colajanni, non fu possibile conciliarne gli animi: si son viste mai due torri, che facciano de' passi l'una verso l'altra? 
Restaurato il governo borbonico, il Colajanni fu fatto segno alle carezze della polizia: tre mesi e ventidue giorni di prigionia e il passaporto per la via dell'esilio. 
La moglie, temendo qualche visita importuna, pensò di affidare alle flamine molti scritti politici di lui, de' quali Paolo Vetri loda il concetto e la forma. Nacque il 9 giugno 1807 e cessò di vivere il 24 luglio 1867 vittima del colera. È figlio di lui il dott. Napoleone Colajanni, deputato di Castrogiovanni, sociologo profondo ed uno de' più operosi della democrazia italiana. 


27 gennaio 1848


Terminata la manifestazione popolare, procedesi subito alla creazione del Co-mitato comunale di difesa e di sicurezza, e l'unanimità de' voti chiama a com-porlo i cittadini don Gaetano Grimaldi Arezzo barone di Benisiti de' marchesi di Torresena, cav. Giovanni Grimaldi de' Gravina, Giuseppe Falautano e Cappero, cav. Saverio Ayala Rosso, avv. Mariano Potenza Manna, Luigi Colajanni, avv. Paolo Vetri. Gli eletti riunitisi nel palazzo di città nominano Presidente il barone Gaetano Grimaldi, Vicepresidente l'avv. Restivo, Segretario il signor Colajanni e Vicesegretario l'avv.Vetri. Primo atto del Comitato, appena costituito, è l'adesione ai voleri di Palermo, che con lettera del giorno 27 si partecipa al Comitato rivoluzionario, il quale la rende di pubblica ragione il 30 con avviso a stampa, facendola precedere da queste parole: «Tutta la Sicilia si commuove e rivolge i voti e gli sguardi a Palermo, ch'espresse la volontà di tutta l'isola prima per mezzo di pacifiche dimostrazioni inefficaci in ogni dispotico governo e poi con la voce de' cannoni, che parlano più intelligibile e persuasivo linguaggio. Dalle più cospicue città sorge unanime un grido, da tutte col sacrifizio del proprio sangue si vuole redimere la patria dalla schiavitù. Si pubblicano gli atti che sono pervenuti al Comitato per mettere il colmo alla comune esultanza.” 


Castrogiovanni, 21 gennaio 1848. 

Per l’ultima volta, durante i moti del ‘48, il castello assunse una importanza strategica. 
3 febbraio. Il Presidente del Comitato Generale con lettera sottoscritta da Ruggiero Settimo e da Mariano Stabile così rispondeva all'atto di adesione di Castrogiovanni: «Questo Comitato Generale non può fare a meno di esprimere per mio mezzo la sua approvazione e le più alte lodi per il gaudio manifestato dal popolo di Castrogiovanni e dal Comitato provvisorio alle nuove costà pervenute del trionfo della causa nazionale. « Proseguite collo stesso impegno a cooperare al buon andamento della medesima e ben presto l'isola tutta raccoglierà i frutti dello sforzo comune ». 
17 febbraio. Non è pago il Comitato di questa sua solenne manifestazione: reputa necessario e doveroso il manifestare per mezzo di speciale Commissione i sensi della sua devozione alla causa siciliana. E sono scelti a compiere sì importante mandato i signori Luigi Colajanni e avv. Saverio Termine, i quali partono alla volta di Palermo il 17 febbraio. E i due deputati sanno bene adempiere il mandato come ben si comprova dalla lettera del Comitato Generale del 29 febbraio così concepita: « Questo Comitato Generale ha ricevuto con vivo piacere i deputati di cotesta città e la di loro voce ha bene espresso i sentimenti generosi, da cui è animato cotesto popolo per la causa della libertà siciliana e che erano ben noti d'altronde al Comitato medesimo. Ritenete quindi ciò di risposta al vostro foglio de' 17 del cadente mese. Pel Presidente impedito Segretario Generale M. Stabile». II Comitato, ubbidendo alle prescrizioni regolamentari dell' amministrazione della giustizia emanate il 9 febbraio, affida l'ufficio di giudice all'avv. Antonino Billotti, il quale, appena ne prende possesso, dichiara che accetta l'onorevole e importante mandato, ma mette a disposizione del comune il soldo per destinarsi o ad opere pubbliche o ad atti di beneficenza. In Castrogiovanni ciò che si compie dal popolo o da privati cittadini è informato da alto e vero patriottismo. 
27 febbraio. Viene organizzata la Guardia nazionale, il barone Varisano ne assume il comando. La Guardia nazionale è composta di 804 militi, divisi in due battaglioni, ciascuno de' quali è suddiviso in sei compagnie. I rispettivi capitani risultarono: il signor raffaele Manganaro, il cav. Giovanni Grimaldi Gravina, il signor Luigi Colajanni, l’avv. Mariano Potenza Manna. 
28 febbraio. La Chiesa Madre presentasi coperta di nera gramaglia e le campane mandano flebili rintocchi. Castrogiovanni, dolente di non aver potuto prender parte ai gloriosi combattimenti, che non le se ne offre l'occasione, tributa gli omaggi del suo animo grato ai generosi caduti. La cittadinanza eletta, composta a mestizia, gremisce la casa del Signore per assistere a' funerali in suffragio delle anime de' fratelli, che nella lotta contro la tirannide han perduta la vita nel campo dell'onore. Il p. Francesco M. Alagna da Partinico pronunzia una commovente orazione. 
1 marzo. L'idra borbonica, cacciata da Palermo, sfoga la sua atra bile contro l'eroica Messina. Castrogiovanni, la magnanima Castrogiovanni, come la battezza Mariano Stabile, palpita per i valorosi fratelli del Faro, sente il dovere del soccorso implorato da chi presiede al buon andamento della cosa pubblica di quella nobile città e prende la generosa risoluzione di spedire 250 uomini capitanati dal bar. Varisano con banda musicale e col cappellano della Guardia nazionale sac. Alagna . 
Siccome Messina ha bisogno di mezzi e non di braccia, si sospende la partenza della falange de' generosi, s'inizia il 7 marzo una sottoscrizione e il dì seguente il cav. Giovanni Grimaldi de' Gravina e il signor Raffaele Manganaro partono alla volta di Messina con l'offerta di onze 500 - lire 6375 - accompagnata da una lettera del Comitato, che così conchiude: Castrogiovanni se non braccia, offre prontamente tenue tributo alla virtù e all'eroismo messinese, ma se braccia abbisognassero, i cuori e i petti son prontissimi. Ispirate parole, che tanto onorano una generazione quasi del tutto estinta ma sempre viva negli annali delle patrie memorie ! 
Tra il 15 e il 20 aprile 1848 si presenta a Castrogiovanni una squadra di 38 uomini, capitanata da una donna, sotto strane forme maschili, da' cui fianchi pendono una pistola e un pugnale oltre a una sciabola, che porta ad armacollo. La stampa perversa ne fa una eroina, ma la storia ne ricorderà il nome con raccapriccio e con orrore. Il suo cuore, piagato profondamente dalla perdita di due figli per opera del Commissariato di S. Domenico, ha ragione di maledire alla polizia borbonica, ma non ha il diritto a gavazzare nel sangue e in vendette atroci. La donna è Testa Di Lana, la quale ha una sete ardente di sopprimere quanti di quei disgraziati, che vestirono la divisa di agenti di polizia, le si parano innanzi, senza considerare che alle volte sotto quella divisa batte il cuore di un galantuomo, E con questi pravi intendimenti presentasi a Castrogiovanni, inoltre chiedendo che siano subito vendicati in libertà quanti trovansi in prigione. Il Presidente del Comitato, Gaetano Grimaldi, e il Comandante della Guardia nazionale, senza venir meno alle leggi di ospitalità, consigliano, per non dire impongono, alla terribile Capitanessa di cingere i sandali al viaggio, non prestandosi Castrogiovanni a teatro di atti barbari e d'infrazioni di legge. E la Testa Di Lana il domani del suo arrivo rifà i passi, convinta, se quel cuore era da tanto, che un popolo devoto alla causa della libertà è un popolo eminentemente civile. 


Ufficiale borbonico

13 marzo. Gaetano Pisani, Presidente del Comitato di difesa e di sicurezza pubblica di Messina, così risponde :”Non potevano certamente mancare sentimenti magnanimi e generosi ai figli dell'antica Enna, che come la luce sul candelabro siede sublime nel centro di questa classica isola. Sarebbe riuscito ad affrettare la vittoria il coraggio di quei cittadini, che si offerivano a venire con noi a combattere gli sgherri del dispotismo, se costoro non si fossero rintanati nella formidabile cittadella, d'onde non le persone, ma le mitraglie combattono. Ed è appunto per questo che non uomini,, ma munizioni da guerra e mezzi per abbondarne la nostra bisogna richiede. Laonde saggio e fraterno divisamento è stato lo inviarci il generoso dono di onze cinquecento” 
15 marzo. Le città e i comuni, che hanno diritto alla rappresentanza, son chiamati a procedere alle elezioni politiche, proclamate dal Comitato Generale del 24 febbraio, per costituire il Parlamento per adattare ai tempi la Costituzione del 1812 e provvedere a tutti i bisogni della Sicilia. E gli elettori di Castrogiovanni vanno a deporre le loro schede nell'urna, dalla quale esce vittorioso il nome del barone di S. Giuliano, Giuseppe Pucci Parisi. 
13 aprile. Il Parlamento Generale dichiara Ferdinando II e la sua dinastia per sempre decaduti dal trono di Sicilia. A Castrogiovanni la cittadinanza tutta festeggia il fausto avvenimento e il Comitato comunale, espressione della grande maggioranza, non mette tempo in mezzo a far plauso e ad aderire all'atto del Parlamento. 
26 maggio. Con decreto del Parlamento si da termine allo stato provvisorio, in cui si trovano le pubbliche amministrazioni, richiamando in vigore la legge del 1812. Castrogiovanni procede alla elezione del Consiglio civico e del Magistrato municipale, di che cessa dal suo ufficio il Comitato di difesa, che ha saputo meritar bene della patria. È Presidente del Consiglio il barone Varisano e del Magistrato municipale il barone Benisiti. 
10 luglio. Si pubblica il decreto emesso dal Parlamento col quale il Duca di Genova, figlio secondogenito del re di Sardegna, è chiamato colla sua discendenza a regnare in Sicilia secondo lo Statuto costituzionale, assumendo nome e titolo di Alberto Amedeo I re de' Siciliani per la costituzione del regno. E però la nuova di questo decreto, che pose in orgasmo e in lesta la città di Palermo, non è accolta con vero entusiasmo in Castrogiovanni, ove i principii repubblicani fanno capolino. Il Consiglio civico, interpretando però i sentimenti della grande maggioranza de' cittadini, plaude al decreto di nomina del re de' Siciliani in persona di un figlio di Carlo Alberto. 
4 agosto, il Consiglio civico elegge una Deputazione per presentare gli omaggi di devo-zione al novello sovrano. Sono chiamati a farne parte don Giuseppe Egidio Pucci, barone di s. Giuliano, il barone Angelo Varisano, don Giuseppe Grimaldi barone di Geracello, don Cesare conte Gaetani, don Francesco Militello barone di Pasquasia e don Giuseppe Mantegna. 


Ruggiero Settimo


Il 27 dicembre 1848, il parlamento siciliano deliberò un mutuo forzoso per sostenere le spese di guerra. La quota attribuita a Castrogiovanni fu di 5633 onze, pari a più di un milione di euro attuali. 
La maggior parte del mutuo fu sostenuto dalle parrocchie e conventi che allora presentavano ancora ricche rendite fondiarie. Il resto del mutuo fu ripartito tra i maggiori contribuenti della città. 

30 agosto 1848. Mentre il governo di Sicilia si culla tra le speranze dell'accettazione della corona di Sicilia da parte di Alberto Amedeo e le assicurazioni diplomatiche dell'Inghilterra e della Francia, Ferdinando II si appresta alla guerra e già un'armata sotto il comando di Carlo Filangieri parte alla volta dell'isola nostra. Messina è la prima ad esser presa di mira, ma il suo eroismo è sopraffatto dal numero e la bella città soffre incendi, saccheggi e stragi da fare inorridire il mondo incivilito. 
10 settembre, la triste notizia sparsa in Castrogiovanni fa cadere l'animo ai veri patriotti: la cittadinanza intera rimane gravemente sorpresa. La scelta cittadinanza di Castrogiovanni è raccolta nel casino di compagnia e ripete con compiacenza la frase del proclama ministeriale “Vengano, vengano pure i codardi; il turbine dell’ira nostra li spegnerà in un istante” e le parole del deputato Interdonato: “il nemico è venuto a trovarci in casa nostra, nessun patto con lui; guerra di sterminio”. La causa nazionale è in pericolo e giorni funesti si preparano per la povera Sicilia. Cessato lo scoraggiamento, rinasce l'entusiasmo de' primi giorni della gloriosa rivoluzione e giovani, pieni di ardire e di carità patria, a gara danno il loro nome per correre contro le orde nemiche. Una colonna di ben 140 generosi con banda musicale attende gli ordini della partenza. Il Comandante militare del distretto, giusta gli ordini ricevuti dal governo, ordina che si concentri a Piazza con gli altri volontari di Barrafranca, Pietraperzia, Aidone e Calascibetta; ma l'ordine non si esegue, perché il Commissario militare don Silvestre Di Napoli de' principi di Resultano, che trovasi da pochi giorni a Castrogiovanni, manifesta al governo che lungi di menomare la forza, deve anzi accrescersi in questo punto importante e centrale, il quale ben munito potrebbe respingere anche una poderosa forza nemica. 


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Quanto valeva un‘Onza, nel 1848 ?

In epoca borbonica c'era un sistema monetario siciliano e un sistema monetario napoletano. L'onza o l'oncia era l'unità per il conteggio della moneta in Sicilia. Un'Onza Siciliana (anche detta Oncia), moneta d'oro per eccellenza e unità di conto del Regno, fu fatta pari nel 1860 a circa 12 lire e 75 centesimi (per l'esattezza lire 12,74611). 
L’Onza siciliana si suddivideva in 30 Tarì (d'argento), 600 grani (di rame) e 3600 pìccio-li (unità di computo minima). Un tarì equivaleva a 0,42487 lire del 1860 e si suddivideva in 20 grani e 120 piccioli. Il grano, ancora, corrispondeva a 0,02124 lire e si divideva in 6 piccioli. Il picciolo, infine, corrispondeva a 0,00354 lire. Ricapitolando: 6 piccioli facevano 1 grano, 20 grani facevano 1 Tarì, 30 Tarì facevano 1 Onza. 
Ma quanto valevano realmente queste monete? Un’Onza d'oro era del valore di attuali 180 euro. Nel Regno delle Due Sicilie (1816-1860) la monetazione siciliana non fu più coniata ma restò unità di conto nelle provincie "al di là del Faro" e, peraltro, emessa in forma cartacea, dal "Banco dei Regi Domini al di là del Faro", antenato del Banco di Sicilia. Per comprendere il valore intrinseco approssimativo dell'oncia ci viene incontro Giovanni Verga, massimo scrittore verista italiano. Nel suo "Mastro Don Gesual-do", ambientato in Sicilia tra il 1820 e il 1848, viene riportato l'episodio della vendita all'asta delle terre comunali. I notabili locali ritengono giusto pagare una salma di terreno, cioè circa mq. 17000, circa tre oncie. Mastro Don Gesualdo, invece, portò il prezzo di ogni salma, rilancio dopo rilancio, a 6 oncie e 15 tarì. 
Intorno al 1820, un muratore in Sicilia percepiva un salario medio giornaliero di 5 tarì, quindi con una paga annua che molto difficilmente superava le 50 onze. Nel 1825, il Marchese di San Giacinto, Amministratore Generale delle Regie Poste, percepiva uno stipendio annuo di 500 onze. Un Direttore di Posta di valle minore, percepiva nel 1833 uno stipendio annuo di 100 onze. 


Federico Emma 


26 settembre. La milizia mobile, concentrata in Piazza, sotto gli ordini del Comandante militare, barone Rocco Camerata Scovazzo, parte alla volta di Castrogiovanni, ov'è accolta con grandi manifestazioni di giubilo e di fratellanza. 
3 ottobre. Per ordine ricevuto dal Ministro della guerra, due compagnie di Guardia nazionale, composte di volontari de' comuni di Castrogiovanni, Piazza ed Aidone, sotto il comando del barone Angelo Varisano muovono, non più per il campo di Adernò, come precedentemente si era stabilito, ma per il campo di Montalbano. Le benedizioni, gl'incoraggiamenti, gli applausi, i battimani e gli auguri de' Castrogiovannesi di ogni ceto, d'ogni classe e d'ogni età accompagnano quei valorosi, che corrono a cimentare la vita per la santa causa della libertà e dell'indipendenza. 

Fonti storiche: 
“ La rivoluzione del 1848” di G. Mulè Bertolo 
“Storia di Enna “ di Paolo Vetri. 
“Ruggiero Settimo e la Sicilia — documenti sulla insurrezione siciliana nel 1848” di G. Mulè Bertolo 
Il “diario di una insurrezione del ‘48 a Castrogiovanni” è stato ricostruito da Federico Emma. 


Correva l’anno 1849...

Ai primi giorni del 1849 in Castrogiovanni corrono notizie, che impensieriscono i buoni e tranquilli cittadini. Si parla di tumulti, di cambiamento di governo, di repubblica, di abolizione di tasse e di balzelli: tutto questo ben di Dio ci sarà apportato a giorno fisso, vale a dire il 12 gennaio, primo anniversario della rivoluzione palermitana. Il popoli-no, avido di novità e sensibile alla parte d'interesse, aspetta con ansia e speranzoso il ben augurato momento. Spun-ta il 12 gennaio 1849 : la città invece è in festa, si festeggia l'anniversario della leggendaria rivoluzione.

28 febbraio 1849, Ferdinando II indirizza ai Siciliani un proclama, in cui, dopo aver dichiarato di voler "dimenticare e considerare come non avvenuti e mai commessi i fatti ed i reati politici che tanto male avevano arrecato dal '48 in poi" ed esorta il popolo dell'isola a tornare alla pace, all'obbedienza e al lavoro, promette uno Statuto, basato sulla costituzione del 1812. Il proclama e i capitoli di Gaeta ebbero pubblicità nell'isola per mezzo degli ammiragli inglesi WILLIAM PARKER e CARLO BAUDIN, ma suscitarono nei Siciliani grandissima indignazione; il Parlamento rifiutò sdegnosamente i patti dettati da un sovrano che era stato dichiarato decaduto, e, spinto dall'entusiasmo popolare, dichiarò la guerra; nel medesimo tempo il Governo dichiarava che con il 19 marzo 1849 considerava come denunciato l'armistizio. 
Il 30 marzo 1849 il Filangeri scatena l’offensiva contro Catania. 
Ai primi di aprile il governo ordina la partenza delle truppe, circa 1800 uomini, sotto gli ordini del colonnello Ascenso, il quale, trovandosi a Villarosa, un giorno prima di continuare la marcia, scrive al Municipio di Castrogiovanni, pregandolo di far trovare al fondaco della Misericordia pane, vino e cacio per la truppa. E la città di Castrogiovanni, ricevuto l'invito, si da ad apprestar tutto l'occorrente. Al fondaco della Misericordia tutto è pronto a ristorar le forze delle schiere siciliane. La Guardia nazionale, preceduta dalla musica cittadina, va all'incontro delle falangi nazionali, che sono accolte da vivi applausi e grida di gioia dalla maggioranza de' cittadini accorsi a salutare i fratelli, i quali volano ad affrontare il nemico. Una Deputazione composta de' maggiorenti di Castrogiovanni offre agli ufficiali della colonna un sontuoso banchetto nel fondaco tutto addobbato di arazzi e a nome della cittadinanza presentano un indirizzo, la cui chiusa è concepita in questi termini: 
« Voi italiani, voi siciliani, vero sangue italiano, ormai correte a sovvenire l'infelice Missolungi di Sicilia, Messina; già volate a disperdere da questo eroico suolo l'orme dell'infame satellite e di un più infame padrone. Sì, correte, volate, l'augurio de' vostri fratelli di Castrogiovanni vi precede colà ad una sicura vittoria; ad ogni vostro appello essi son presti a seguirvi, e a divider seco voi gli stenti ed i pericoli della guerra, col giuramento immutabile nel cuore di vincere o di morire». E questa è una delle ultime manifestazioni di quell'entusiasmo, che dal 24 gennaio 1848 scoteva le fibre del cuore degli abitanti di quella classica terra, de' cui fasti la storia siciliana abbonda. 

INNO SICILIANO


Caduta Catania, non cadde dall'animo de' convinti pa-triotti la speranza della rivincita. A Castrogiovanni ci rivedremo: fu questo il grido, che spontaneo ed unanime echeggiò in Sicilia. La guardia nazionale di Palermo comandata dal Poulet, appresa in Termini la rovina di Catania, grida: si voli a Castrogiovanni! 
La Legione universitaria, sotto il comando del La Farina, marcia alla volta di Castrogiovanni. Il Consiglio de' ministri, su proposta del ministro Calvi, determina il giorno 11 aprile di far sollevare la Sicilia a massa, convergendo tutte le forze a Castrogiovanni. Due alti Commissari di guerra, Venturelli e Marano, nominati il 9 aprile, ar-rivano in Castrogiovanni con pieni poteri. Già le Guardie nazionali dell'interno dell'isola, incoraggiate dalla Commissione della valle di Caltanissetta, che avea il mandato di far insorgere a massa le popolazioni, cominciano a marciare alla volta di Castrogiovanni. Le forze nazionali, battute a Catania, cominciano a ritirarsi a Castrogiovanni; i battaglioni comandati da Pracanica, Interdonato, Marchetti, lo stesso generale Mieroslaviski, ferito a Catania, si concentrano a Castrogiovanni il giorno 11. 
Sì, Castrogiovanni dovea vendicare gli eccidi e le onte di Messina, di Taormina e di Catania. In quelle profonde e strette gole, delle quali stanno a guardia da una parte Calascibetta e dall'altra Castrogiovanni, vere forche caudine, dovea essere fiaccato l'orgoglio del generale Filangieri, punita la selvaggia crudeltà della sol-datesca napolitana ! Ma da un canto la reazione borbonica, che avea alzato il capo e non più lavorava alla chetichella, e dall'altro la inettitudine di coloro, alle cui mani erano affidate le sorti della patria, non permisero che fosse caduta a pie' della superba Castrogiovanni la testa dell'idra borbonica. 
22 aprile, lo sguardo della Sicilia era rivolto a Castrogiovanni, in Castrogiovan-ni era riposta ogni speranza, da Castrogiovanni attendevasi la salvezza della patria. Ma il giorno 22 aprile il campo di Castrogiovanni era abbandonato insipien-temente e la cittadella della libertà dovette ripiegare il magico vessillo dinanzi alla forza preponderante dell'eroe degl'incendi e de' saccheggi. 
Il resistere sarebbe stata stoltezza! 
Insorti sconfitti dalle forze preponderanti borboniche. 

 


Il 26 aprile, con gran rincrescimento, una commissione nunzia di pace e di omaggio, composta dal barone Vincenzo Polizzi, dal parroco Elia Mingrino, dal signor Gesualdo Rosso e dal parroco della Chiesa Madre Pietro Lodato, si incontrava a Leonforte con il Tenente Generale Nunziante. Il giorno dopo una colonna di 4000 uomini dell’esercito borbonico si incam-minava per Castrogiovanni. Il paese muto e silenzioso sembrava vuoto. Il comandante Nunziate prendeva alloggio presso il palazzo Grimaldi. 
Il 18 giugno dall’intendente della provincia venivano convocati in Caltanissetta il signor Luigi Colajanni, il negoziante signor Raffaele Manganaro, i cugini signori Francesco e Rocco Potenza, il signor Gaetano Riccobene, il signor Giuseppe Termine Ragusa, i signori Francesco Assennato e Gesualdo Rampello e Giuseppe Di Dio Guasto. Lo stesso giorno si presentavano al magistrato e quindi arrestati e tradotti in carcere. Dopo tre mesi e 22 giorni ai signori Colajanni, Manganaro e Di Dio Guasto si consegnarono i passaporti per Genova, gli altri restarono per altri sei mesi a Caltanissetta a residenza forzosa. 

EPILOGO DI UNA RIVOLUZIONE 


Alla fine non spararono neppure un colpo di fucile. Non era certo mancato il coraggio, o l’entusiasmo o la determinazione. Un esercito di 804 militi, ben organizzati, più volte erano stati sul punto di partire, prima per soccorrere Messina, poi in aiuto di Catania, pronti a morire per la Sicilia, per un futuro di libertà ed indipendenza. Ma ogni volta qualcuno o qualcosa li aveva fermati: “ Aspettate, ci sarà bisogno di voi dopo”. Chi fermò la loro dedizione non sapeva che gli Ennesi già una volta avevano salvato la Sicilia. Era successo alla battaglia della Falconara, dove il loro contributo era risultato determinante per respingere gli invasori, allora gli Angioini (vedi il numero di novembre 2009 de "Il Campanile"). Quando caduta Catania qualcuno coraggioso disse ai Borboni: “A Castrogiovanni ci rivedremo” forse aveva visto giusto, forse a Castrogiovanni si sarebbe salvata la rivoluzione e la Sicilia. Ma anche allora gli Ennesi non poterono dimostrare il loro coraggio, improvvisamente tutto si dissolse. La rivoluzione la fecero dieci anni dopo altri venuti da fuori, ma non fu la stessa cosa. 

Federico Emma 



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